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Fin dai tempi più remoti indubbiamente i gioielli indicavano lo status del possessore e fruitore tanto che, nell'Europa medioevale, furono emanate leggi che consentivano l'uso di determinati tipi di gioielli solo agli appartenenti ad alcune classi sociali.
Nata come risposta al desiderio dell'uomo di adornare il proprio corpo, l'oreficeria è una delle più antiche arti decorative, infatti, se ne può ricostruire la storia già a partire da settemila anni fa, nei centri delle più antiche civiltà conosciute.
È in dubbio che alcuni materiali fossero, sin dalla preistoria, destinati a conferire bellezza ed adornare il corpo, è difficile, invece, stabilire con esattezza il momento in cui ad essi cominciarono ad essere attribuite virtù magiche come risposta al superstizioso desiderio dell'uomo di proteggersi dagli infiniti e misteriosi mali che avrebbero potuto colpirlo. In mancanza di reperti archeologici o di testi scritti in grado di fornire qualche indicazione in proposito, i piccoli pendenti in pietra raffiguranti animali e oggetti diversi (Mesopotamia, 3000 a.C. circa) non possono, quindi, essere definiti con certezza amuleti; forse, come buona parte dei monili nel corso della storia, avevano contemporaneamente funzione d'ornamento e di talismano.
Non siamo in grado di stabilire con precisione quando il gioiello divenne simbolo della ricchezza e dello status sociale del suo possessore e utente, probabilmente non quando gli ornamenti erano ancora costruiti con conchiglie, ciottoli colorati o denti d'animali, materiali di facile reperimento; sicuramente l'ornamento acquisì un valore, più o meno simbolico, e divenne 'gioiello' quando l'uomo scoprì materiali relativamente rari ed iniziò ad adornarsene.
Uno dei più antichi reperti di gioielli, una collana d'ossidiana alternata a conchiglie di ciprea vecchia di 7000 anni, è stato ritrovato in territorio iracheno, cioè nel bacino delle civiltà mesopotamiche che, ancor prima di quell'egiziana, ebbero una raffinatissima arte orafa.
Nella valle del Nilo nacque una delle civiltà più stabili dell'antichità, qui l'oreficeria assunse un particolare valore simbolico, ornamentale e sociale, tanto che la produzione d'imitazioni realizzate con materiali di scarso valore (pratica assai usata anche in Mesopotamia), fu una costante rilevante nel commercio di monili ed oggetti ornamentali.
L'oreficeria di produzione minoico-cretese fu fortemente influenzata dai manufatti egizi ed asiatici, anche se i gioielli cretesi e, in seguito, micenei rivelano una perfetta padronanza della tecnica della filigrana, della granulazione e dello sbalzo con cui furono creati soggetti e motivi nuovi.
Per quanto siano stati rinvenuti alcuni monili di produzione greca (III sec. a.C.) smaltati con una tecnica piuttosto primitiva (immersi nello smalto fuso), le decorazioni di questo tipo non erano molto diffuse nè presso i Greci nè presso i Romani che ricorrevano ad altri mezzi per ottenere effetti policromi.
Lo smalto è un materiale vetroso che è fissato a fuoco a strati di uno o più colori ad una superficie metallica; esistono molte tecniche di smaltatura. Le decorazioni a smalto sono poco frequenti nella produzione orafa micenea e minoica, in alcuni rari pezzi questa tecnica era stata utilizzata per decorare lamine d'oro lavorate a sbalzo dove lo smalto blu è stato fuso nelle parti concave.
Nel periodo ellenistico nasce il cammeo ed attira su di sè l'attenzione generale per la novità della tecnica. Infatti, al contrario dei sigilli (già noti fin dal IV millennio a. C.) che sono ottenuti incidendo la pietra, i cammei sono lavorati a rilievo, più o meno alto secondo la scuola di produzione. Con i cammei nascono anche le doppiette che ne sono l'immitazione.
L'assenza di testimonianze scritte rende più ardua la ricostruzione dello sviluppo dell'arte orafa nell'Europa settentrionale, dove la lavorazione dei metalli fu introdotta verso il 2000 a.C. ca.
Il periodo intorno al 1100-1000 a.C. fu caratterizzato da profondi sconvolgimenti che interessarono non solo le civiltà maggiori delle regioni sud-orientali, come gli Hittiti e i Micenei, ma anche le civiltà barbare dell'Età del Bronzo nell'Europa centrale. La civiltà che ne nacque in seguito è considerata 'proto-celtica', mentre le civiltà successive sono considerate celtiche.
Il popolo celtico non fu mai una nazione nel senso specifico del termine, esso si creò una propria tradizione di stile che sopravvisse in varie parti d'Europa alla dominazione romana e che riapparve nelle regioni occidentali dell'Europa nei secoli successivi alla caduta dell'Impero Romano, prima dell'avvento della cultura medioevale. A differenza della maggior parte della produzione orafa propria di regioni caratterizzate da climi caldi, come la Mesopotamia e l'Egitto, quella celtica aveva spesso carattere funzionale, per esempio, spille e fibule erano tra gli oggetti più frequenti. Nell'oreficeria proveniente dalle regioni vicino al Caucaso e dall'occidente celtico, erano molto usate le due principali tecniche di applicazione dello smalto ed i monili in bronzo di produzione celtica, compresi quelli provenienti dalle regioni divenute parte dell'Impero Romano, erano spesso decorati con queste tecniche.
A causa della scarsità dell'oro nell'Europa occidentale del tardo periodo anglosassone e vichingo, l'argento divenne il metallo più utilizzato, impreziosito da decorazioni di notevole valore artistico o perfino da complesse composizioni figurative.
L'uso di pietre variamente colorate, soprattutto granati, per impreziosire gioielli e monili è tipico del periodo delle grandi migrazioni dei popoli (IV - VIII sec. d.C.) seguito alla caduta dell'Impero Romano. A ciò si deve aggiungere la ricomparsa degli smalti tipici delle popolazioni celtiche, e l'uso quasi ossessivo di intricati motivi ornamentali che, insieme alle gemme e agli smalti, conferivano ai prodotti dell'arte orafa di questo periodo forme e colori fantastici.
La tecnica dello smalto cloisonnè raggiunse l'apice per la prima volta nell'Impero Romano d'Oriente, intorno al VI sec. d.C., nelle botteghe della corte bizantina dove furono prodotti gioielli in oro e smalto di squisita fattura e notevole valore artistico. Gli orafi bizantini raggiunsero una grande maestria nell'uso di questa tecnica e, dal VI al XII sec. d.C., realizzarono figurazioni in miniatura usando un'ampia gamma di colori opachi e trasparenti. Tale maestria fu uguagliata solo dagli orafi europei del periodo ottoniano (936-1002 d.C. ca.), di cui ci sono però rimasti solo pochissimi esempi.
In Cina le origini dell'arte orafa sono rimaste tuttora oscure, ma sappiamo che la lavorazione della giada ha origini antichissime. Ne sono una prova i pendenti zoomorfi scolpiti nella giada e nella turchese risalenti al periodo Shang e Chou (XIII-X sec.a.C.), che probabilmente erano ritenuti dotati di virtù magiche.
In India e in Birmania, patria di tante delle gemme che impreziosivano i gioielli del mondo antico e delle corti medioevali dell'Europa occidentale, l'uso delle pietre preziose a scopo decorativo per gli appartenenti ad entrambi i sessi ha una lunga tradizione. Alla corte degli imperatori Mogol nel XVI e XVII sec., per esempio, si prediligevano grandi gemme grezze.
Solo nel XVII e XVIII sec., però, l'introduzione dei sofisticati tagli studiati dai lapidari europei trasformò radicalmente la produzione orafa del tempo, rivelando i pregi ottici, e non solo cromatici, delle pietre preziose che ora, riflettendo la luce attraverso le loro molteplici sfaccettature, rilucevano d'abbagliante splendore.
Anche nell'America centrale e meridionale i Maya, gli Olmechi e gli Aztechi realizzavano gioielli in giada e oro e, buona parte della produzione era destinata a adornare il viso (orecchini, piatti labiali, ornamenti per il naso).La conquista spagnola d'intere regioni, dal Perù al Messico, pose bruscamente fine alla produzione orafa tipica di queste civiltà di cui peraltro, attualmente, si sa ancora troppo poco.
In Europa l'introduzione in epoca tardo-medioevale della tecnica in cui lo smalto è applicato su figure o gruppi di figure modellate a tutto tondo, portò alla realizzazione di capolavori dell'oreficeria come quelli di Cellini. Intorno alla metà del XVI sec. la corte spagnola, ricchissima grazie all'oro e agli smeraldi provenienti dal Nuovo Mondo, inaugurò l'ultima grande epoca di fasto e ostentazione in cui l'arte orafa ebbe un ruolo tanto importante.
A partire da questo momento in poi i gioielli furono realizzati sulla base di un disegno proposto da artisti o esperti che non erano dediti attivamente a quest'arte.
I principi dell'Europa settentrionale, desiderosi di mantenersi al passo con le nuove mode lanciate dalle corti rinascimentali italiane, richiedevano agli artisti di corte disegni e proposte per la realizzazione di gioielli secondo i canoni del nuovo stile.
Il ruolo dell'artista di talento andò ben oltre quello di semplice disegnatore di gioielli, infatti, dal XVI al XVIII sec., i miniaturisti spesso fornivano la parte centrale del gioiello (il ritratto) che, come l'artista esigeva, ne doveva essere parte integrante, in perfetta armonia con la linea e i colori della montatura.
Nel corso del XVII sec. i miniaturisti, che spesso ricorrevano alla difficile tecnica della pittura a smalto, realizzarono decorazioni di notevole valore artistico relegate in molti casi al retro dell'oggetto, soprattutto in presenza di pietre preziose.
Il XVIII sec. fu l'epoca del diamante, l'uso frequente di questa gemma, valorizzata dal nuovo taglio a brillante generò un fenomeno nuovo, cioè l'imitazione. Intorno al 1740 il francese Georges-Frèdèric Strass perfezionò a tal punto il composto vitreo di cui già ci si serviva per produrre diamanti falsi che, da quel momento in poi, con il suo nome furono indicati i gioielli realizzati con pietre false. La riuscitissima imitazione delle gemme più preziose consentì di mettere in atto truffe famose.
Il cammeo, nato in epoca ellenica, fu recuperato alla moda da Napoleone Bonaparte, che n'aveva raccolti in quantità durante la campagna d'Italia del 1796, esso torna in uso a partire dagli anni Trenta del XIX secolo. Roma è sicuramente un centro pilota di produzione, poichè lì operavano i laboratori più qualificati, nei quali si formavano artigiani che trovavano la loro fortuna all'estero. Nella seconda metà del secolo, e fino alla fine di esso, oltre a quelli con decorazioni classiche, sono prodotti anche cammei raffiguranti busti femminili a loro volta decorati con tiare, orecchini e collane, in oro e pietre preziose.
Con gli orafi del XIX sec. ebbe grande successo lo stile neo-gotico e quello neo-rinascimentale, però, gran parte della produzione orafa vittoriana più riuscita ha un carattere gaio e sentimentale che deriva dalla riproduzione di soggetti naturalistici spesso ravvivata da un tocco di humour.
Il corallo ha una notevole fortuna nel corso del XIX secolo da quando, nel secondo decennio, comincia a essere utilizzato per sostituire le pietre preziose diventate assai rare sul mercato.
L'Italia era una forte produttrice di questo materiale, perchè nel Mediterraneo, all'epoca, era diffuso un tipo di corallo che vive in colonie e alla sua morte si ossifica creando le celebri barriere coralline. Caduto in disuso alla fine del secolo, il corallo ricompare nella gioielleria colorata degli anni Venti del Novecento, quando è spesso accostato a materiali di colore contrastante per creare effetti-sorpresa.
Nella seconda metà del secolo la riapertura dei porti giapponesi, rimasti per secoli inaccessibili agli europei, ispirò la moda dei gioielli con motivi ornamentali esotici o che, addirittura, imitavano certe particolari tecniche di lavorazione dei metalli, costituite da una serie d'intarsi in oro, argento e rame.
L'avvento dello stile Art Nouveau, alla fine del secolo, diede impulso innovativo all'arte orafa, catalizzato in questo campo anche dall'attività di molti artisti di talento, che, introducendo nuove fantasiose linee e l'uso di materiali insoliti, crearono oggetti di rara bellezza. A partire dal secolo scorso tornò così il gusto di disegnare gioielli anche da parte d'artisti già affermati nel loro settore come Arp, De Chirico, Picasso e Giacometti che, nel dopoguerra, disegnò degli anelli surrealisti, ma solo come oggetti ricordo.
Un episodio molto importante per la storia del gioiello sono i pezzi realizzati, su commissione e destinati a non essere indossati, da Georges Braque. Un'altra celebre serie di gioielli 'd'autore' è quella disegnata da Salvador Dalš, che riesce a trasporre in oro e pietre preziose i suoi inquietanti oggetti surreali.
Negli anni '30 e '40 l'uso del platino e dell'oro bianco introdusse un'ulteriore corrente innovativa caratterizzata da semplicità ed essenzialità di linee e colori, in contrapposizione alla tendenza di una sempre maggiore elaborazione, tipica di gran parte della storia dell'oreficeria.
Attualmente, sono moltissimi gli artisti-artigiani che si dedicano alla creazione di gioielli e, spesso, caratteristica principale dei loro prodotti è un intenzionale distacco viscerale del pezzo prezioso dalla persona o dall'abito su cui sarà poi posto.
È giustamente considerato un genio anche della gioielleria di questo secolo Romain de Tirtoff, detto Ertè (Er-te è uno pseudonimo creato con la lettura fonetica francese delle sue iniziali). La sua attività principale è stata quella di stilista di moda, ma la sua attenzione andava all'intera figura femminile da decorare ed abbellire al di là dell'abito.
Alle soglie ormai della maturità, Ertè decise infine di disegnare gioielli, all'interno di un programma da lui stesso intitolato 'Arte da indossare'. Nascono così gioielli di un'eccezionale raffinatezza, tutti dotati di un nome, e richiamanti tutta la produzione orafa di questo secolo, a partire dai ritmi sinuosi dell'Art Nouveau alle raffinate creazioni orientaleggianti del primo decennio del Novecento, ai lunghi pendagli ed alle frange degli anni Venti, fino a pezzi di chiara ispirazione Dèco.
Questo è sicuramente un patrimonio che chiude in bellezza un secolo ricco e innovativo: il XX.
Le fiorenti comunità agricole dei BALCANI avevano appreso l'arte di lavorare il rame e l'oro già intorno al 4000 a.C., come c'indicano gli splendidi reperti rinvenuti nel cimitero di Varna (Bulgaria). Da queste regioni quest'arte si propagò lentamente verso occidente, anche grazie alle risorse minerarie del bacino del Danubio. La maggior parte della produzione artigianale, tuttavia, si avvalse dei materiali tradizionali, con l'eccezione di qualche raro manufatto in lamina di rame e di qualche altrettanto rara collana d'oro. Gli ornamenti in lamina d'oro, come gli orecchini a cestello o le collane a mezzaluna, erano decorati con motivi incisi o sbalzati presi a prestito dalle ceramiche, tipiche di questo periodo. Di particolare rilievo sono le collane costituite da perline biconiche alternate a larghi elementi spaziatori, che, grazie alla particolare disposizione delle perline biconiche, riproducono la forma delle collane a mezzaluna, con cui hanno in comune anche i motivi ornamentali incisi sugli spaziatori. Gli oggetti di bronzo, generalmente realizzati con la fusione a stampo, erano di forma relativamente semplice, perchè ancora non erano state messe a punto le tecniche più raffinate necessarie per la produzione di stampi dalle forme complesse, come le asce e le daghe in bronzo, simboli di rango e potere. A volte le tecniche dell'arte orafa erano applicate alla lavorazione del bronzo, che erano trasformato in lamine martellando un lingotto fino ad ottenere lo spessore necessario per farne bracciali.
L'emergere e il consolidarsi di società a struttura gerarchica erano accompagnati dalla produzione d'oggetti ornamentali, che avevano la funzione di rafforzare le èlite di potere istituzionalizzate, manifestandone la superiorità che si concretava nel controllo delle risorse pregiate e della manodopera qualificata.
In ASIA OCCIDENTALE alcuni tra gli oggetti più frequentemente rinvenuti nei siti, occupati in epoche preistoriche, dei villaggi o città, sono le perline. Probabilmente esse erano usate come oggi, cioè infilate per formare gioielli o cucite sugli abiti ed erano realizzate con materiali dai vivaci colori, ma non di facile reperimento. L'invenzione e la produzione di materiali sostitutivi, ad imitazione di quelli scarsi e costosi, ebbe un ruolo importante nella storia della gioielleria e continua ad averlo tuttora.
La gran richiesta di quest'articolo favorì lo sviluppo di un vasto commercio, attraverso una fitta rete di contatti stabiliti già prima del 5000 a.C. La necropoli dell'antica città sumera d'Ur (Iraq meridionale) ci ha rivelato una grande profusione di gioielli come le collane in uso intorno al 3000 a.C.. Esse erano generalmente costituite da perline realizzate con materiali disponibili in loco, come conchiglie e terracotta smaltata (uno dei precursori del vetro con cui s'imitarono pietre dure di vari colori).
In una tomba sono stati rinvenuti, accanto al defunto, molti oggetti ornamentali, tra cui un sigillo di lapislazzuli montato in oro. Sigilli di forma cilindrica come questo, che, passati su uno strato di argilla umida, vi imprimevano il simbolo del loro proprietario, dovevano essere molto diffusi nella Mesopotamia meridionale dal periodo sumero fino al primo millennio a.C. ed erano sovente assicurati ad una spilla.
Gli uomini spesso portavano sulla fronte catene d'oro, ornate sul davanti di tre grandi pietre, il cui scopo poteva essere quello di fermare copricapi simili a quelli degli arabi moderni; i gioielli indossati dalle donne erano molto più elaborati. Troviamo testimonianze di ornamenti per il capo in lamine d'oro a forma di foglie e fiori, grandi orecchini a mezzaluna, collane a girocollo, magnifici monili lunghi fino alla vita, spilloni per drappeggiare gli abiti e vari anelli, spille e perline di cui spesso ci è ignoto l'uso.
I metalli preziosi, probabilmente, erano importati dagli altopiani della Turchia e dell'Iran, il lapislazzuli dall'attuale Afghanistan nord orientale, mentre la cornalina proveniva dall'India, da dove era trasportata ad Ur via mare. L'agata, una pietra di colore variegato, la cui tecnica di lavorazione nell'antichità precorre quella del cammeo, compare molto raramente nei gioielli della necropoli di Ur e diviene più comune solo qualche secolo dopo.
I Sumeri alternavano con grande cura e maestria i diversi colori delle pietre e del metallo ottenendo equilibrati effetti cromatici e accostamenti di grande effetto. La varietà dei tipi e delle decorazioni è piuttosto limitata, mentre la maestria di cui danno prova gli oggetti giunti fino a noi è tale da ricordarci come la tradizione dell'arte orafa sia sopravvissuta anche nei periodi di cui non ci sono giunte molte testimonianze.
I reperti risalenti al 2000 a.C. ca., dopo la gran ricchezza della sumerica Ur, sono decisamente meno sontuosi. Le regioni prive di risorse minerarie proprie cercavano di ottenere, con grande perizia e con una quantità minima di metallo, il maggior effetto decorativo possibile grazie alle tecniche della filigrana e della granulazione che erano ormai ben note.
Le coste orientali del Mediterraneo, in quanto punto di confluenza di merci, furono spesso teatro di grandi innovazioni, nate dall'assimilazione e dalla fusione di tecniche e stili di varia origine. Nelle necropoli delle regioni della Palestina meridionale sono stati rinvenuti alcuni dei gioielli più raffinati prodotti in seguito al confluire delle diverse tendenze; alcuni pendenti provenienti da queste regioni, per esempio, sono realizzati con lamine d'oro curvate e fissate le une alle altre in modo da farli sembrare massicci, altri sono decorati con paste vitree policrome che sostituiscono lapislazzuli e turchesi.
Gli spilloni di bronzo del Luristan, una regione montuosa dell'Iran sud occidentale, risalenti al periodo compreso tra il 1000 e il 700 a.C. ca., sono oggetti insoliti sia per le loro decorazioni sia per l'uso cui erano presumibilmente destinati. Fin dai tempi dei Sumeri, gli spilloni erano stati usati per chiudere o drappeggiare gli abiti ed erano rimasti un oggetto indispensabile fino all'introduzione della spilla lunga o fibula che si sostituì ad essi. Alcuni degli spilloni del Luristan, però, hanno dimensioni tali da non poter essere usati, come quelli di dimensioni minori, per chiudere gli abiti: l'ipotesi più plausibile riguardo al loro uso è che fossero prodotti specificamente come oggetti votivi dedicati ad una o più divinità.
I motivi ornamentali del Luristan, comunque, dovevano essere versioni stilizzate di quelli propri delle civiltà mesopotamiche e dell'Iran meridionale. I motivi zoomorfici sbalzati sulla superficie delle cinture in oro sono simili a quelli usati dagli Sciti ed altre tribù ad essi connesse, che ricorrono negli oggetti in metallo provenienti dall'attuale Russia meridionale; era tipico dello stile nomade decorare oggetti ornamentali e gioielli con figurazioni animalistiche stilizzate, stravolte per adattarle alla forma dell'oggetto senza tener conto dell'effetto decorativo. Quest'impostazione stilistica poteva essere applicata alla produzione di gioielli di piccole dimensioni.
Nel Mediterraneo orientale negli anni tra il 3000 e il 1100 a.C. ca. fiorì la civiltà MINOICA.Questo popolo dell'Età del Bronzo, che proveniva forse dalle regioni occidentali dell'Asia Minore, diede vita, dopo un periodo di graduale sviluppo (dal 3000 al 2000 a.C. ca.), ad una cultura vivace ed originale nella sua nuova patria, l'isola di Creta.
Creta, assorbita dal grande impero miceneo, divenne una potenza di secondo piano e tale rimase fino alla misteriosa scomparsa della civiltà minoico-micenea (1100 a.C.ca.).
La lavorazione dell'oro era conosciuta e praticata fin dal 2400 a.C. ca. come dimostrano i reperti rinvenuti nelle tombe cretesi: diademi, fermagli ed ornamenti per capelli, perline e braccialetti realizzati con lamine d'oro e catene, soprattutto del tipo 'a maglia doppia', probabilmente di derivazione babilonese.
Le raffinate tecniche della granulazione e della filigrana furono introdotte intorno al 2000 a.C. dall'Asia occidentale.Buona parte dei reperti su cui si fonda la nostra affermazione proviene dal cosiddetto Tesoro di Egina, un vasto complesso di gioielli e vasellame acquisito nel 1892, che, a quanto si dice, proveniva dall'isola di Egina.
La produzione orafa minoica nel 1450 a.C. ca. è soppiantata da quella MICENEA. La civiltà micenea, che deve il proprio nome alla sua città principale, Micene, è una derivazione sulla terra ferma della civiltà minoica e la sua produzione orafa è più abbondante, ma meno rivoluzionaria nelle forme. A ragione Omero definì Micene 'ricca d'oro', i suoi abitanti disponevano certamente di grandi quantità del prezioso metallo, di cui, però, non è ancora stata identificata la provenienza.
Quasi tutti gli esempi dell'eccellenza raggiunta in quest'arte dai Micenei sono conservati nei musei greci; il British Museum dispone, comunque, di una vasta collezione di gioielli provenienti da Cipro, in parte di produzione micenea e in parte di provenienza orientale, rinvenuti alla fine del secolo scorso.
Dopo la scomparsa della civiltà minoico-micenea intorno al 1100 a.C., la produzione orafa di queste regioni divenne molto scarsa e qualitativamente poco rilevante fino al IX sec. a.C. ca.
In seguito alla caduta dell'impero miceneo (1100 a.C. ca.), il MONDO GRECO visse due secoli di estrema povertà. Intorno al 900 a.C., tuttavia, ripresero i contatti del mondo greco con l'Asia occidentale, in particolare con le città della Fenicia, e con essi la produzione orafa greca che, in questo periodo di rinascita, fu di nuovo abbondante e di raffinata fattura.
Dal 900 al 700 a.C. ca. si produssero splendidi oggetti in oro in centri come Knosso, Corinto ed Atene. Probabilmente in queste regioni si erano insediati artigiani provenienti dalla Fenicia (rinomata per la maestria dei suoi artigiani) che avevano insegnato agli apprendisti locali le raffinate tecniche di cui erano a conoscenza. È stupefacente come buona parte della produzione orafa di questo periodo si rifaccia per forme e tecniche a quella micenea di cinque secoli prima; l'unica spiegazione possibile è che lo stile e le tecniche tipiche della produzione micenea si siano diffusi originariamente in oriente, dove erano entrati nella tradizione locale ed erano stati assimilati dai Fenici nel periodo dal 1100 al 900 a.C. ca., che li avevano reintrodotti nel mondo greco, nuovamente in grado di produrre oggetti di lusso e ricchezza.
Strettamente collegate alla tradizione rodiese sono le rosette di squisita fattura, decorate con teste di animale, fiori ed insetti, che erano solitamente applicate su diademi di tessuto o di cuoio. Molti degli esemplari di cui siamo in possesso furono rinvenuti nell'isola di Milo, dove furono sicuramente anche prodotti.
Gli oggetti ornamentali del VII e inizio VI sec. a.C. furono rinvenuti a Efeso nel corso degli scavi eseguiti nel luogo dove anticamente sorgeva il Tempio di Artemide (Diana per i Romani). Essi erano stati donati alla dea da un fedele e lasciati nel santuario ad essa consacrato, su cui in seguito fu eretto il Tempio. Questi gioielli, pur essendo parte del donario di un santuario, sono così preziosi che è giustificata l'ipotesi secondo la quale essi furono originariamente commissionati per essere indossati; lo stile è simile a quello tipico della produzione rodiese di quel periodo, sebbene risenta dei forti influssi orientali dovuti ai contatti asiatici dell'Artemide efesina.
In Grecia, negli anni tra il 575 e il 475 a.C. ca. gli oggetti preziosi erano molto rari; fu solo dopo le guerre persiane del 490 e 480-479 a.C. ca. che ne furono prodotti in maggiore quantità. I manufatti risalenti all'Età Arcaica (600-475 a.C. ca.) di cui disponiamo provengono tutti dalle colonie greche dell'Italia meridionale, della Sicilia e della Crimea. Per forme e tecniche, la produzione orafa dell'Età Classica (475-330 a.C. ca.) è un'evoluzione lungo la stessa linea di quella dell'epoca precedente, di cui, peraltro, sappiamo pochissimo. Le principali tecniche dell'oreficeria sono applicate con notevole maestria, senza, però, raggiungere l'elevato livello qualitativo della produzione del VII sec. a.C. In generale si preferiva, comunque, lasciare che le forme scultoree dei monili aurei parlassero da sè, valorizzate solo dalle tecniche.
L'oreficeria di questi anni è caratterizzata da una gran varietà di forme; nel V sec. a.C. furono introdotte le ghirlande d'oro, d'ispirazione naturalistica, che, indossate da esponenti di entrambi i sessi nel corso di feste o cerimonie religiose, ebbero notevole diffusione nel IV sec. a.C. e nei diademi e negli orecchini si osserva lo sviluppo degli stili precedenti; nel IV sec. a.C. comparvero i pendenti raffiguranti volti umani, tipici del periodo ellenistico, che, realizzati con grande minuzia ed abilità, ornavano orecchini e monili. Pendenti e perline continuarono ad essere prodotti nello stile in voga negli anni precedenti, a cui furono apportate modifiche atte a renderli più consoni ai gusti dell'epoca; le collane di struttura molto elaborata sono tra le creazioni più originali di quest'epoca, a cui si devono aggiungere i fantasiosi pendenti in forma d'uccello, ghianda o volto umano; i bracciali più diffusi erano a forma di spirale. Anche negli anelli si osserva la stessa varietà di stili e forme: alcuni erano incisi a sigillo, in altri erano incastonate pietre dure incise, altri erano semplicemente ornamentali.
In generale, la relativa scarsità della produzione orafa di questo periodo è compensata dalla perfezione formale e tecnica, alla quale si ispirarono gli orafi dell'epoca ellenistica, in cui si produssero manufatti d'oro in gran quantità.
Con epoca ellenistica si indica il periodo che intercorre tra il 325 a.C. ca. e l'avvento dell'Impero Romano nel 27 a.C.
Le conquiste d'Alessandro Magno negli anni dal 333 al 322 a.C. avevano completamente trasformato il mondo greco; vasti territori prima appartenenti all'Impero Persiano furono ellenizzati da insediamenti greci, mentre la Grecia, a sua volta, fu fortemente influenzata dalla cultura e dai costumi dei territori di recente acquisizione, in Egitto e in Asia occidentale.
La produzione orafa del periodo ellenistico fu più abbondante, come dimostrano i numerosi reperti di cui siamo in possesso, grazie ad una maggiore disponibilità di metallo prezioso. Per la prima volta dall'Età del Bronzo, in Grecia non scarseggiava l'oro, in parte grazie alle miniere della Tracia, il cui sfruttamento fu iniziato da Filippo II, ma soprattutto grazie all'affluire di bottini provenienti dai territori persiani conquistati. Inizialmente lo stile prevalente nell'oreficeria greca non si discostò molto da quello precedenti, poi, a partire dall'inizio del II sec. a.C., ne furono introdotti nuovi tipi, insieme a decorazioni completamente nuove che soppiantarono quelle tradizionali.
Il nodo erculeo e la mezzaluna furono introdotti in Grecia già nell'VIII-VII sec. a.C., furono usati soprattutto nei pendenti per collane e, sebbene fossero un motivo essenzialmente ornamentale, mantennero un certo valore simbolico. Tra i motivi di origine greca, i più diffusi nell'arte ellenistica erano le raffigurazioni di Eros (il dio dell'amore) e di Nike (la dea della vittoria).
Intorno al 325 a.C. furono introdotti gli orecchini ad anello con decorazioni zoomorfe o antropomorfe (in certe regioni di moda fino all'epoca romana) per i quali gli artigiani dell'età ellenistica si ispirarono alla produzione orafa persiana.
Appartengono a questo periodo anche le collane costituite da catene dove sono fissati pendenti raffiguranti boccioli o punte di lancia, menzionate anche nell'inventario del tesoro del tempio di Delo (inizio del III sec. a.C.). Nel II e I sec.a.C. erano in uso monili composti da perline collegate le une alle altre in modo diverso dall'infilatura.
L'innovazione che maggiormente modificò lo stile dell'oreficeria greca fu l'introduzione della policromia e delle tecniche per l'incastonatura di gemme e paste vitree colorate. A partire dal 325 a.C. entrarono in uso pietre come la cornalina, il calcedonio e soprattutto il granato (proveniente dall'India), a cui si aggiunsero nel II e I sec. a.C. smeraldi e ametiste importate dall'Egitto e semenza di perle del Mar Rosso.
>Le regioni orientali dell'Impero di Alessandro il Grande si staccarono progressivamente sotto la guida della dinastia parta dell'Iran settentrionale, che riuscì a tenere parzialmente sotto controllo queste terre per vent'anni, dal 250 al 230 a.C. ca. Il REGNO PARTO continuò, tuttavia, ad essere parte del mondo ellenistico, come dimostra anche la produzione orafa locale, che risente notevolmente dei numerosi contatti tra occidente e oriente. Ci sono di grande aiuto nel ricostruire lo stile predominante negli oggetti ornamentali dell'epoca non tanto i gioielli sopravvissuti fino ai nostri giorni, quanto i busti raffiguranti le donne della ricca borghesia mercantile, che doveva la propria prosperità agli intensi traffici commerciali.
Nel frattempo, ai confini dell'Impero Romano e del Regno Parto, la regione della Georgia andava sviluppando una propria cultura che ci ha lasciato magnifici manufatti in oro e argento.
Nel Mediterraneo orientale, sulle coste del Libano e della Siria, fiorì la civiltà dei FENICI, un popolo di commercianti e navigatori, che fondò colonie sulle coste del Mediterraneo occidentale già prima dell'VIII sec. a.C..
Spesso è difficile distinguere i manufatti fenici da quelli dei popoli europei da loro colonizzati, ma i gioielli rinvenuti nelle tombe in Sardegna sembrano di produzione fenicia. Gran parte della produzione orafa è caratterizzata da complesse decorazioni di grande effetto, spesso ottenute con scarsi mezzi; molto diffuse erano le coloratissime collane costituite da perline di vetro.
Nell'VIII sec. a.C. la Fenicia cadde sotto il dominio degli Assiri provenienti dalla Mesopotamia. In questo periodo ebbero notevole diffusione i braccialetti con una rosetta centrale, che richiamano alla mente gli orologi da polso dei nostri giorni
L'origine degli ETRUSCHI è stata molto discussa; oggi si tende a pensare che essi provenissero dalla Toscana moderna, dove avevano saputo sfruttare le risorse locali raggiungendo un notevole livello di sviluppo e di prosperità. Esportavano prodotti agricoli e minerali con i quali acquistavano i manufatti di lusso di produzione fenicia e greca. La loro civiltà raggiunse l'apice nel VII-VI sec. a.C. e imboccò la via del declino all'inizio del V sec. a.C., sulla quale proseguì fino alla metà del III sec. a.C. quando fu assorbita dalla crescente potenza di Roma.
In ogni momento della storia di questo popolo le donne dei ceti più abbienti possedettero gioielli d'oro in quantità: diademi, orecchini, collane, braccialetti e anelli.
La produzione orafa proto-etrusca (VII-V sec. a.C.) è abbondante, fantasiosa per forme e stili e di fattura finissima. Anche gli Etruschi appresero le conoscenze tecniche di cui seppero far uso con tanta maestria dai Fenici, esattamente come avevano fatto i Greci. In seguito a ciò, furono introdotte non tanto nuove forme, quanto motivi decorativi diversi e tecniche innovative, come l'intarsio e lo smalto.
La produzione orafa tardo-etrusca (400-250 a.C. ca.) è molto diversa dalla precedente dal punto di vista tecnico e tipologico. Non solo la decorazione, ma anche la quantità degli oggetti prodotti era scarsa; le ghirlande d'oro d'uso funerario, gli orecchini, le collane, i braccialetti e gli anelli erano realizzati con grande economia di materiale. Ciò era dovuto al declino politico ed economico dell'Etruria, iniziato nei primi decenni del 500 a.C. ca. Dopo questo periodo di povertà, l'introduzione dello stile ellenistico è una piacevole sorpresa.
Alla fine del VII sec. a.C., nelle regioni dell'attuale Iran, all'Impero Assiro seguì quello Neo-Babilonese, a cui poi pose fine l'IMPERO PERSIANO.
La produzione orafa tipica di queste regioni, sebbene influenzata per certi versi dallo stile occidentale, era meno elaborata, ma di grande effetto e magnificenza per l'abbondante uso di metallo prezioso. Gli scritti degli storici greci parlano della profusione di ornamenti d'oro indossati dai re persiani e dalle loro guardie del corpo: non solo bracciali, ma anche elementi decorativi cuciti sugli abiti.
Il Tesoro dell'Oxus, così chiamato perchè rinvenuto nei pressi del fiume Oxus (Asia centrale), dà un'idea dello stile cosmopolita degli oggetti dell'impero persiano, ma appartemente ne ha reso difficile la datazione e l'attribuzione. Fu nascosto probabilmente intorno al 330 a.C., quando l'esercito greco di Alessandro Magno penetrò nelle regioni dell'Asia centrale.
Molti oggetti del Tesoro dell'Oxus risentono dell'influenza delle tradizioni artistiche assimilate dai Persiani in Mesopotamia, come possiamo notare, per esempio, nei bracciali con figure zoomorfe finemente lavorate, simili a quelli riprodotti nelle sculture assire del IX sec. a.C. Insieme agli altri oggetti fu rinvenuto anche il frammento di una collana di perle, originaria della capitale dell'antico Impero Persiano, le perle erano considerate preziose fin dai tempi più antichi, ma solo pochi esemplari sono sopravvissuti fino ai nostri giorni.
Negli anni austeri della repubblica romana gli oggetti ornamentali d'uso personale erano uno di quei lussi ufficialmente condannati dalla legge; ai posteri, perciò, ne sono pervenuti pochissimi esemplari. Con l'avvento dell'IMPERO ROMANO nel 27 a.C. e l'annessione di gran parte del mondo ellenistico, l'austerità iniziale, però, fu presto dimenticata. L'espressione artistica dell'antica Roma, in tutte le sue forme, compresa l'arte orafa, deve molto alla cultura e all'arte greca tanto che nei primi anni dell'Impero l'oreficeria romana fu semplicemente una continuazione dello stile ellenistico.
Inizialmente il materiale più usato fu l'oro, a cui verso la fine di questo periodo si aggiunsero le pietre preziose e semipreziose, che, per il loro intrinseco carattere ornamentale, non richiedevano alcuna particolare decorazione del metallo in cui erano incastonate. Per la prima volta si usarono le pietre più dure come i diamanti grezzi, gli zaffiri, ma soprattutto gli smeraldi (se ne usavano i prismi esagonali in cui questa pietra cristallizza) provenienti dalle miniere egiziane, allora appena scoperte nelle colline situate lungo la costa del Mar Rosso.
Persisteva l'intarsio, infatti pietre colorate e pasta di vetro erano fissate alla superficie metallica, spesso inserite in cloison; nei principali centri della produzione orafa romana confluirono molti artigiani provenienti dall'Oriente Ellenistico.
In CINA i primi oggetti ornamentali d'uso personale comparvero in Età Neolitica (5000 a.C.ca.) e forse ancora prima, a giudicare dai piccoli pendenti in osso, forati per infilarvi un cordoncino. Presso le civiltà neolitiche posteriori sviluppatesi nella Cina meridionale a partire dal 3000 a.C. ca. erano in uso pendenti e perline di giada finemente lucidata: la tradizionale predilezione per le pietre preziose tipica della Cina antica, come anche di quella moderna, nacque proprio allora.
Con il nome giada si indicano comunemente due minerali, la nefrite e la giadeite, i cui giacimenti sono situati nella Mongolia settentrionale ed a nord del Tibet. Essa fu molto usata nel periodo delle grandi dinastie Shang (1600-1028 a.C. ca.) e Zhou (1027-256 a.C. ca.). Molti degli oggetti di giada prodotti in questo periodo erano probabilmente usati come amuleti.
La produzione d'oggetti personali in oro, argento o bronzo dorato iniziò in epoca posteriore, in seguito ai contatti con le popolazioni nomadi stanziatesi lungo i confini settentrionali ed occidentali del territorio cinese, la cui produzione tipica era costituita da gioielli ed altri oggetti ornamentali zoomorfi. Questi oggetti ornamentali di stile animalistico (per esempio ornamenti per bardature) prodotti in Estremo Oriente sono molto simili a quelli tipici degli Sciti e di altri gruppi nomadi della Siberia meridionale, alcuni dei quali, realizzati in oro con particolare cura e maestria, erano stati donati allo zar Pietro il Grande.
Il gancio per cintura chiudeva le cinture alle quali si appendeva la spada, a volte d'oro o d'argento, esso era generalmente di bronzo fuso, impreziosito da dorature o pietre dure. Alla fine del periodo Zhou si accentuò la tendenza ad impreziosirli con motivi decorativi di grande effetto, mentre l'interesse nel bronzo fuso diminuì e nei secoli successivi le chiusure a gancio furono sostituite dalle fibbie, sempre d'origine nomade. A partire dal II-III sec.d.C., le cinture, decorate con elementi in bronzo dorato o con pietre preziose, divennero un elemento essenziale dell'abbigliamento maschile.
I gioielli d'uso personale più diffusi in Cina sono gli ornamenti per il capo e i capelli per le donne, i pendenti e le cinture per gli uomini, a cui nelle epoche posteriori si aggiunsero gli anelli. Le collane e le spille, che erano tanto diffuse nel mondo occidentale medioevale, qui erano molto rare, se non addirittura ignote.
Può darsi che l'aspetto dei capelli delle donne orientali stimolasse la produzione di raffinati ornamenti destinati ad evidenziarne la consistenza, la corposità e il colore. La poesia cinese da secoli canta la bellezza dei capelli delle donne cinesi, il cui colore dava risalto a pettini e fermagli d'oro e d'argento, che, per questi e probabilmente altri motivi, ebbero una posizione di rilievo nell'ambito della produzione orafa cinese. L'oro divenne il materiale prediletto per la realizzazione di questi ornamenti. Ciò non significa che l'oro non fosse usato, sebbene in quantità limitata, in epoche precedenti: sono stati, infatti, rinvenuti esemplari decorati con motivi applicati e perline; tuttavia, solo nel periodo Han (206 a.C. - 220 d.C.) l'uso dell'oro perse il carattere eccezionale e sporadico che aveva in precedenza. Dalle pitture dell'epoca è possibile dedurre come in questo periodo fossero di moda le acconciature complicate.
A partire dal VI sec. furono prodotti ornamenti per capelli e placchette ricavate da lamine d'oro decorate con motivi a filigrana o granulazione e impreziosite da perle e pietre preziose.
La tecnica della granulazione proveniva, forse, dall'Asia centrale od occidentale e, introdotta in Cina a partire dalla dinastia Han, ebbe grande diffusione nei secoli successivi soprattutto nelle regioni settentrionali, che avevano contatti frequenti con la Corea, dove questa tecnica era molto diffusa, continuando ad essere usata anche durante la dinastia Song (960-1279 d.C.).
Un'altra importante tecnica era quella della fusione a stampo, gradualmente sostituita dalla produzione di sottili lamine. Il pettine d'argento tipico della dinastia Tang (618-906 d.C.) è un esempio dell'uso di sottili lamine di metallo prezioso.
Se forcine e pettini erano ornamenti muliebri, cinture e fibbie ne erano le controparti maschili. Inizialmente chiuse da ganci, sostituiti poi da fibbie in bronzo le cinture erano spesso ornate da placchette rettangolari con motivi zoomorfi lavorati. Ne sono state rinvenute alcune nelle necropoli (III e IV sec. d.C.) delle regioni settentrionali del territorio cinese ed altre molto simili, probabilmente importate dalla Cina, sono state portate alla luce a Nara, in Giappone.
Queste fibbie decorate sono probabilmente precorritrici delle cinture riccamente decorate tipiche del periodo Tang, solitamente una placchetta rettangolare copriva la chiusura e sul resto della cintura, in cuoio o tessuto, erano applicati altri elementi di forma quadrata. Le cinture così riccamente ornamentate erano parte integrante dell'abbigliamento maschile ed erano spesso simbolo di rango e prestigio.
La produzione orafa cinese (forcine, crinali e cinture) nei periodi Song e Yuan (1279-1368) continuò a riprodurre lo stile e le forme tipiche del periodo Tang. Delle grosse forcine esotiche sono state rinvenute nel corso di alcuni scavi.
Gli artigiani cinesi perfezionarono le tecniche della granulazione e della lavorazione di sottili lamine d'oro che, se paragonate con i pettini del X sec., rivelano un uso assai efficace e adeguato ai motivi raffigurati con la tecnica dello sbalzo combinata a quella del cesello, che diede un eloquente mezzo espressivo, la cui perfetta padronanza consentì di realizzare gli elaborati oggetti tipici dell'arte orafa Ming (XV e XVI sec.).
Sono del periodo Ming i copricapi femminili ritratti in dipinti e sculture dalla complessità tipica del tardo periodo Tang, ma, questi ornamenti, erano in uso presso le donne cinesi già prima del periodo Ming, come attestano alcuni dipinti d'epoca precedente, anche se sono rimasti solo gli esemplari relativamente più recenti. Le forcine avevano spesso decorazioni elaborate, costituite da piccoli fiori di giada montati su una complessa struttura decorativa in metallo. L'altro tipo di gioiello molto diffuso in Cina, gli ornamenti per cintura, costituiti fino al XV sec. da una serie di placchette e da una fibbia decorata, continuò ad avere un ruolo di rilievo. Comunque, contemporaneamente a questo tipo d'ornamenti per cintura, nel periodo Yuan furono introdotte nuove forme con una conseguente differenziazione dalla produzione tipica della dinastia Ming.
Alle decorazioni raffiguranti animali, uccelli e fiori, in uso ormai da lungo tempo, furono aggiunti altri motivi ripresi dall'Età del Bronzo cinese, come i draghi attorcigliati o serpentiformi, motivi tipici del periodo Han, copiati da antichi bronzi e giade, raccolti e catalogati sotto la dinastia Song.
La più importante innovazione tecnica del periodo Ming, fu il passaggio dalla lavorazione di sottili lamine d'oro alla filigrana. Negli ultimi decenni del XV sec. e nei primi del XVI sec., questa tecnica continuò ad essere perfezionata fino ad essere sostituita dalla filigrana vera e propria e da composizioni decorative reticolate.
L'evoluzione di questa tecnica può essere ricostruita con una buona approssimazione nella Cina centrale, dove sono state portate alla luce due tombe; una, risalente al secondo ventennio del XVI sec., conteneva prevalentemente oggetti in lamina d'oro con dettagli eseguiti ad ajourè, mentre l'altra, risalente agli ultimi decenni del XVI sec., racchiudeva magnifici gioielli, i cui dettagli sono eseguiti con un'elaborata struttura retiforme. Nel XVII e XVIII sec. si impiegava tale struttura sia per riempire i vuoti tra i principali elementi della decorazione, sia come base dell'intero pezzo.
Mentre l'oreficeria cinese tendeva ad una sempre maggiore elaborazione, quella TIBETANA preferiva gli effetti policromi del vivace accostamento di metallo e pietre semipreziose.
Gli artigiani tibetani prediligevano soprattutto metalli con incrostazioni di turchese, che a volte formavano complessi motivi ornamentali, e tecniche della lavorazione del metallo, come la decorazione con fili godronati e la finta granulazione.
Impiegavano metalli come il bronzo, talvolta dorato, l'argento legato ad altri metalli e l'oro. Gli orafi tibetani usavano, inoltre, perle, perline ricavate da varie pietre o realizzate con vetro colorato e lapislazzuli.
Gli intarsi e le incastonature, fissati alla superficie con una sostanza vagamente adesiva simile alla cera lacca, sono spesso andati perduti.
L'ostentazione di gioielli e lo sfarzo di cui parlano i visitatori della corte MONGOLA, sono confermati dalle miniature del tempo e dai numerosi esemplari rimastici. Gli effetti cromatici e decorativi erano affidati principalmente alle pietre preziose, abbondanti nelle regioni indiane ed oggetto di scambi commerciali.
Con le pietre preziose si componevano collane o rosari, si decoravano superfici in oro, a volte fittamente lavorate e si intarsiavano pietre dure, creando motivi sottolineati da tramezzi d'oro, spesso si preferiva lasciarle a cabochon; al contrario di quanto avveniva in Europa.
Anche gli smalti, le cui origini sono poco chiare (forse erano stati introdotti in seguito a contatti con l'Europa), erano molto frequenti in questa oreficeria. Nel XVIII sec. l'arte della decorazione a smalto prosperava dando ricchi effetti policromi, come la decorazione con pietre preziose, ma essendo meno costosa e più facile da realizzare, essa fu particolarmente usata per il retro di pendenti e altri gioielli, la cui faccia anteriore era invece impreziosita da gemme.
All'epoca dei Tre Regni (37 a.C. - 67 d.C.) e del Regno Unificato di Silla (668 - 918 d.C.), tra le famiglie reali COREANE e i membri della classe dirigente erano in uso gioielli di stupefacente raffinatezza e magnificenza. In seguito agli scavi condotti nelle necropoli reali sono state portate alla luce parecchie corone, slanciate strutture in oro, a cui erano appesi piccoli pendenti a virgola, indicati generalmente con il termine giapponese magatama. Tra gli altri oggetti ornamentali qui rinvenuti v'erano collane e cinture, a volte decorate con la tecnica della granulazione. La produzione orafa coreana dei periodi successivi è, invece, meno fastosa ed elaborata e presenta qualche elemento in comune con quella cinese.
Entrambi i popoli amavano i gioielli raffinati e lo sfarzo, di cui le imponenti corone dei Liao, le forcine e le collane dei Jin, rinvenute nelle loro necropoli, sono un eloquente esempio. I popoli della Corea, ad est, avevano uno stile proprio: le placchette fuse a stampo sono tipiche di queste regioni, sebbene i temi decorativi (uccelli, animali e fiori) siano molto simili a quelli della produzione orafa cinese.
I rapporti del GIAPPONE con il resto dell'Estremo Oriente dovevano essere piuttosto atipici: i costumi delle popolazioni dell'Asia continentale influenzarono in modo irrilevante quelli delle isole giapponesi, dove in epoca storica (metà del VII sec. d.C.) gli oggetti ornamentali di uso personale non esistevano quasi. Anelli, collane, bracciali ed orecchini erano totalmente assenti nell'abbigliamento tradizionale; gli unici ornamenti che potessero essere classificati come gioielli erano i pettini e le forcine laccate e i fiori artificiali di cui le fanciulle dell'epoca si adornavano i capelli.
All'inizio del cosiddetto periodo delle Grandi Tombe (III-V sec. d.C.) gli artigiani giapponesi furono maestri nella lavorazione della pietra, probabilmente in seguito al diffondersi della lavorazione della giada in Cina e Corea. A parte i braccialetti, le perline e i pendenti magatama in pietra polita, tipici di questi anni, nel periodo dal V al VII sec. d.C. furono realizzate, con notevole abilità, copie in bronzo dorato dei gioielli coreani contemporanei.
Le tecniche della lavorazione dei metalli si diffusero piuttosto lentamente dall'America meridionale verso nord, fino a raggiungere le civiltà maya, mixteca e azteca. Solo presso questi due ultimi popoli, comunque, i metalli preziosi difurono il materiale preferito per la realizzazione di gioielli e ornamenti. A parte alcuni pannelli circolari d'oro sbalzati sono veramente pochi gli oggetti ornamentali in metallo provenienti dalle regioni maya, dove ancor oggi vivono popoli che parlano i dialetti derivati dall'antica lingua dei fondatori di una delle grandi civiltà dell'America precolombiana.
Gli oggetti ornamentali delle grandi civiltà delle Ande, degli Aztechi, dei Mixtechi e dei Maya del MESSICO meridionale e centrale rispecchiano le loro profonde concezioni metafisiche.
La prima grande civiltà messicana si sviluppò nel territorio corrispondente alle regioni meridionali degli attuali Stati di Veracruz e Tabasco nel 200 a.C.-300 d.C.. I lapidari di questo periodo erano particolarmente abili nel lavorare pietre come la giadeite, la nefrite e il serpentino, a giudicare dagli oggetti rinvenuti, come asce finemente lucidate, accette rituali, maschere, pendenti, dischi per orecchie e i cosiddetti stiletti di giada, associati ai loro cruenti riti sacrificali.
Un motivo ricorrente sia nelle sculture di piccola dimensione sia in quelle monumentali è il giaguaro antropomorfo; altri soggetti, come rettili mostruosi e uccelli molto stilizzati, sono meno frequenti, probabilmente queste figurazioni hanno un significato religioso, potrebbero addirittura raffigurare le divinità della terra, della pioggia e della fertilità.
I resti dei grandiosi centri religiosi MAYA, costruiti tra il 300 e il 900 d.C., che si ergono maestosi nelle regioni meridionali dell'attuale Messico, Guatemala e nella Penisola dello Yucatan, testimoniano, nonostante l'azione impietosa del tempo, la maestria degli architetti, muratori e scultori maya del periodo classico. In seguito, per questa grande civiltà iniziò il declino, sebbene all'epoca della conquista spagnola questo popolo avesse un tenore di vita ancora molto simile a quello del periodo di massimo splendore.
I contadini maya, sparsi in piccoli insediamenti, coltivavano mais, fagioli, zucche ed altri prodotti primari, che servivano alla loro sostentazione e a quella degli abitanti dei grandi centri cittadini come i commercianti, gli artigiani e, non ultimi, i sommi sacerdoti nelle cui mani era concentrato il potere. Questa struttura era tipica di tutta l'America centrale, ma i centri di culto del periodo classico della civiltà maya, con le grandi piramiditempio, le ampie piazze, i campi per il gioco della palla, i maestosi palazzi e le sculture monumentali, erano sicuramente unici per magnificenza e splendore.
I re-sacerdoti, tanto spesso ritratti nella scultura maya, erano i depositari di queste conoscenze, gli interpreti della legge, i redattori delle iscrizioni monumentali e dei libri dipinti.
Le tecniche metallurgiche non erano molto sviluppate; a parte le campanelle in rame e pochi altri oggetti in metallo, molti dei quali erano importati da altre regioni, si sono rinvenuti solo pochissimi altri ornamenti d'oro o di altri metalli.
All'inizio del periodo post classico (1000-1300 d.C.) i Toltechi del Messico centrale si spostarono nelle regioni dello Yucatan, prendendone il controllo e dando origine al regno maya-tolteco. Nei primi decenni del XIII sec. gli Itza si impossessarono di queste regioni e le dominarono fino alla metà del XVI sec., quando gli Spagnoli le conquistarono definitivamente.
In queste regioni si producevano oggetti ornamentali utilizzando metalli come oro, argento, stagno, rame, piombo e perfino platino singolarmente o in lega. Certi metalli e le loro leghe erano associati a particolari divinità e in queste società, a struttura gerarchica, erano prerogativa solo di determinate classi sociali.
Gli orafi AZTECHI erano tutti riuniti sulle rive del Lago Texcoco ed avevano come dio patrono, la divinità della primavera e del rinnovamento della terra. I cronisti e i conoscitori del periodo immediatamente successivo alla conquista spagnola, testimoniano nei loro scritti la grande maestria ed abilità tecnica degli orafi aztechi e descrivono la produzione di pezzi complessi e di oggetti realizzati in oro e argento, di cui sfortunatamente sono sopravvissuti solo pochi esemplari.
Come i Maya, gli Aztechi attribuivano maggior valore alla giada che all'oro; il termine con cui indicavano questa pietra era lo stesso per indicare ciò che di più prezioso esistesse. L'oro, invece, era considerato 'l'escremento degli dei'; la passione degli Spagnoli per questo metallo, quindi, suscitava altero disprezzo negli Aztechi.
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