SpaceCraft Dionisio

IL TEATRO DEI BAMBINI

a cura del Sovrintendente



 

Parlare con i bambini non è facile. Entrare nel loro mondo è come accostarsi ad una dimensione strana in cui realtà e fantasia si fondono in perfetta simbiosi, aderendo l'una all'altra così intimamente da non fa percepire i rispettivi limiti.
Partendo da questa premessa risulta conseguente il concetto che per essere in sintonia con loro bisogna ricreare dentro di noi l'atmosfera perduta di un tempo, in cui l'immaginazione era capace di generare visioni magiche. Vuol dire quindi ritrovare la propria infanzia e riviverla con nuovo entusiasmo e creatività.
Personalmente ritengo che una delle chiavi di volta -forse la migliore- per attivare questa sintonia fra adulti e bambini sia il teatro.
A questo proposito, però, ritengo sia opportuna una precisazione: è importante non confondere il teatro per i bambini con il teatro dei bambini. Nel primo il testo, in tutte le accezioni del termine, è prodotto e, spesso, agito da adulti rivolti ad un pubblico di ragazzi, mentre il teatro dei bambini è sostanzialmente la drammaturgia che sgorga spontanea da loro perché, per dirla con Obrastzov (S.Obrastzov 'Il mestiere di burattinaio', Bari, Laterza 1956):
'La tendenza e l'amore per la recitazione è di tutti i bambini, senza eccezione, e sorge fin dalla prima infanzia'.
Il compito dell'adulto è di saper porgere un argomento che stimoli e guidi la loro naturale, inesauribile e meravigliosa fantasia alla percezione di se stessi, in quanto solo possedendo la percezione della propria identità corporea-sociale si può arrivare alla rappresentazione della realtà ed alla comunicazione (Per un approfondimento di quest'aspetto della cognizione infantile vedi: 'Guardare e toccare è un gioco da imparare', E.Mammarella, F.Mazzoli, P.Sacchetto (a cura di) - Milano, Emme Edizioni S.p.A. 1981).
Ho potuto personalmente sperimentare quest'indimenticabile tipo di teatro tra il 1977 ed il 1980, quando i miei figli frequentavano la scuola materna. La Caterina De'Stefani era allora una scuola materna cosiddetta sperimentale, dove il personale, docente e non, era composto da persone meravigliose, aperte alle idee nuove e pronte ad imbarcarsi ad un'impresa che esulava dall'usuale routine scolastica.
La prima volta che nacque l'idea di offrire ai bimbi ed ai loro genitori un intrattenimento teatrale, la cosa si ridusse ad una piccola piece musicale ambientata nel west -allora il fascino degli spaghetti-western era ancora molto sentito- recitata nei locali scolastici, una domenica di carnevale, dal gruppo filodrammatico di cui facevo parte. Teoricamente i bambini non avrebbero dovuto aver parte attiva nella recita, anche se, naturalmente, erano più o meno tutti mascherati per l'occasione, in realtà ci rendemmo presto conto che i bambini s'inserivano spontaneamente nell'azione narrata e, imprevedibile sorpresa, anche diversi genitori si unirono di loro iniziativa al ballo western che chiudeva lo spettacolo.
In una riunione di collettivo (di cui facevo parte, in base ai decreti delegati, come rappresentante dei genitori) furono discussi questi inaspettati risvolti, che avevano mostrato la reale possibilità d'interattività fra i diversi ruoli scolastici sia sociali (docenti-famiglie), sia generazionali (bambini-adulti). Germogliò così l'idea di portare avanti un lavoro 'teatrale' di gruppo, che facesse partecipi i bambini, il personale scolastico e quanti più parenti fosse stato possibile coinvolgere. Questa proposta, fatta alle famiglie dei bambini, trovò pronte adesioni ed il progetto poté iniziare il cammino di realizzazione.
Il racconto che decidemmo di drammatizzare fu Biancaneve e i sette nani, cioè la versione disneyana di Biancaneve dei fratelli Grimm
Perché una fiaba? Perché una fiaba popolare? Perché Biancaneve? Perché Walt Disney?
La risposta al primo interrogativo è di natura pedagogica: l'oggetto 'teatro' poteva sì diventare un contenitore per una concreta esperienza sociale dei bambini, ma solo a patto d'essere anche un loro oggetto 'magico' affettivo.
La seconda risposta viene da una fonte autorevole, Bruno Bettelheim, universalmente riconosciuto come uno dei massimi esperti di psicologia infantile, infatti egli dice:
'...Nulla può essere in grado di arricchire e divertire sia bambini sia adulti quanto la fiaba popolare. Certo, a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa (...) Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino.' (B.Bettelheim 'Il mondo incantato', Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore 1977)
La terza e la quarta domanda hanno una risposta più prosaica. Furono i bambini che, interrogati a proposito, scelsero Biancaneve e, da tre generazioni (Biancaneve e i sette nani uscì nel 1937), il film di Disney era l'archetipo a disposizione dell'immaginario collettivo assai più della versione dei Grimm o delle altre narrazioni folkloriche; oltretutto l'introduzione effettuata nel film d'animaletti e fiori quali co-protagonisti, ci permise di inserire con più facilità nell'azione scenica tutti i bambini iscritti in quell'anno alla scuola.
A voler essere sinceri il copione che recitammo, e che scrissi io stessa, non era affatto la sceneggiatura desunta del film, le battute erano semplicissime e ridotte al minimo indispensabile, specie per i nani (è quasi impossibile, oltre che costrittivo e crudele, far imparare a memoria delle battute a dei bimbi di quattro o cinque anni), ed erano previsti parecchi personaggi in più: i genitori di Biancaneve, una servetta, dame e cavalieri, diavoletti, un narratore che iniziava la favola e ne commentava le azioni. Ciò aveva lo scopo di far partecipare tutte le maestre (quattro) ed il maggior numero possibile di genitori. C'era anche una nonna fra gli interpreti, mia madre, che sosteneva il ruolo della matrigna dopo la trasformazione in vecchia.
I bambini furono assolutamente liberi di scegliere il ruolo che preferivano, ci trovammo così ad avere a che fare con le richieste più sbalorditive: molte bimbe, ad esempio, vollero essere fiori mentre mio figlio pretese il ruolo di una lucertola!
Le prove di Biancaneve furono un vero gioco ad incastri perché gli adulti erano liberi solo la sera quando, naturalmente, per i bambini era già ora di andare a dormire; per ovviare all'inconveniente mediammo con una prova serale settimanale solo per gli adulti ed una tutti insieme un sabato sì ed uno no. Questo accomodamento non era però previsto per il personaggio di Biancaneve che, essendo in assoluto quello che interagiva più a lungo con i bambini, doveva provare con loro quotidianamente. Siccome ero io che dovevo curare il lavoro con i bambini e, fra l'altro, ero anche l'unica donna intonata del gruppo, il problema fu risolto affidando a me il ruolo di Biancaneve.
L'interesse e l'attenzione di un bimbo fra i tre ed i cinque anni non può essere trattenuta su di un lavoro ripetitivo per tempi molto lunghi, come già aveva sperimentato ai suoi tempi la Montessori (M.Montessori 'Il segreto dell'infanzia', Milano, Garzanti Editore s.p.a. 1950), quindi lavorai con in bambini una mezz'ora ogni mattina per due mesi.
Se con gli adulti, fra cui nessuno, escluso mia madre e me, aveva mai recitato, il problema era riuscire a farli uscire dai condizionamenti e dai meccanismi indotti della realtà quotidiana per entrare nella dimensione fantastica dei personaggi della favola, con i bambini il lavoro era esattamente l'inverso. Ero io che dovevo entrare nel loro mondo fantasioso per aiutarli a concretizzare quello che nella loro mente era l'atteggiamento del personaggio in una data situazione.
Dovendo necessariamente essere concisa, mi limiterò ad un solo esempio di come lavoravamo i bambini ed io. Quando chiesi ad una bimba che aveva scelto di fare un fiore, cosa voleva fare per aiutare me, Biancaneve, a superare la paura d'essere sola nel bosco, la piccina rispose: 'Ti do il mio profumo'. La risposta era pertinente e sensata, ma io, dovevo far capire a lei e capire io stessa, quale ragionamento inconscio l'avesse portata a darmi questa risposta. Cominciò, così, un gioco di botta e risposta che coinvolse a poco a poco tutti i bimbi finché riuscimmo a stabilire come il fiore avrebbe dovuto fare per farmi arrivare il suo profumo consolatore: questo fantastico fiore avrebbe provato tanta pena per le lacrime di Biancaneve che avrebbe cominciato a tremare, così il profumo si sarebbe sparso nell'aria ed il soffio del vento l'avrebbe portato fino a me. Stabilito questo, l'azione scenica risultò convincente anche se, per la verità, l'entusiasmo dei bambini rischiò di trasformare il gentile soffio di vento in un maestrale gonfio di pioggia...
Le prove collettive del sabato, erano più simili a chiassose gite domenicali che a serie prove di teatro, ma, senza alcun dubbio, aiutarono tutti a conoscersi meglio l'uno con l'altro e favorirono il nascere d'amicizie durature.
Avrei ancora tantissime cose da raccontare, purtroppo l'esigenza di brevità mi costringe a non andare oltre, aggiungo solo che quell'anno la Caterina De'Stefani ebbe un elogio dal direttore del Circolo Didattico per essere riuscita a realizzare un tale lavoro d'integrazione delle diverse unità scolastiche.
Analizzando quest'esperienza da un'ottica più propriamente teatrale, credo sia difficoltoso collocarla in un ambito ben definito del teatro-ragazzi.
Se per quanto riguarda i bambini si può parlare di un ricorso al giuoco di drammatizzazione (P.Beneventi 'Introduzione alla storia del teatro-ragazzi', Firenze, La casa Usher 1994), entrato negli orizzonti didattico-teatrali sul finire degli anni cinquanta, non si possono certo escludere per questo lavoro l'influenze dell'animazione teatrale, che proprio negli anni settanta cominciava a dilagare in Italia, e del retaggio culturale del teatro d'oratorio (L.Bonelli 'Il teatro dei ragazzi', Firenze, Vallecchi 1951), che aveva fatto parte dell'infanzia di molti adulti.
In ultima analisi, però, ritengo che quest'esperienza teatrale possa essere ascritta alla sfera del teatro filodrammatico, che ha sempre tradizionalmente accolto nelle sue file ogni neofita: dall'operaio al dirigente, dalla colf alla laureata.