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«Cu Angelica che curre da Rinaldo
comincia questa rappresentazione (...)»
(Da: Rinaldo in campo, di Garinei e Giovannini, in: Tutto G&G
2, Pietro Garinei -a cura di-, Gremese Editore s.r.l., 1996
Roma.)
Così canta, al suo apparire, il cantastorie nella celebre commedia
musicale di Garinei e Giovannini Rinaldo in campo. L'azione si svolge nella
Sicilia risorgimentale ed il riferimento al Teatro dei Pupi è
esplicito.
Anche nella scena finale del film Lancillotto e Ginevra, di Robert Bresson
(1974), quando i Cavalieri della Tavola Rotonda barcollano verso il centro
del set per morire l'uno affastellato sull'altro, in un mucchio di corpi
chiusi nelle scintillanti armature, il richiamo alle scene di battaglia dei
Pupi è evidente.
Gli esempi di citazioni al Teatro dei Pupi potrebbero continuare per pagine
e pagine, perché questa forma di Teatro d'Animazione è tra le
più conosciute e visivamente suggestive; ma quando sono nati i Pupi e
dove? Come sono agiti? Di che cosa trattano le loro storie?
Cercheremo di rispondere, succintamente, a questi interrogativi.

Le dicerie sulla nascita del Teatro dei Pupi sono contrastanti: c'è
chi li vuole vecchi già di quattro o cinque secoli, nati in terra di
Spagna, chi, molto più semplicemente, ritiene che lo sviluppo e la
usanza dei pupi siano figli della Sicilia ottocentesca. La nascita
più storicamente accreditata, li dà creati a Napoli, nella
prima metà dell'Ottocento, da una marionettista chiamata Donna
Peppa.
Quel che è sicuro, è che l'Opera dei Pupi (questo è il
nome dato in Sicilia, dov'è ancora attivo, a questo tipo di
spettacolo) è il teatro tradizionale delle marionette nell'Italia
meridionale.
Le tradizioni di questo teatro sono tre: la palermitana, propria della
Sicilia occidentale, la catanese, in uso nella Sicilia orientale ed in
Calabria e quella napoletana, diffusa in Campania ed in Puglia (una
tradizione molto simile a quella napoletana, era ancora in uso a Roma verso
la fine del XIX secolo).
In linea generale, aldilà delle differenze da tradizione a
tradizione, i pupi sono formati dalla testa, da un busto cui sono attaccate
le gambe, che si muovono con movimento pendolare e dagli arti superiori,
composti da avambraccio e mano, che sono fissati alle spalle da un tubolare
di stoffa imbottita che costituisce la parte superiore del braccio,
permettendo, così, la massima mobilità delle braccia. Il pupo
palermitano è l'unico ad essere costruito completamente in legno, a
Catania ed a Napoli il tronco è imbottito.
I pupi palermitani s'aggirano intorno agli ottanta centimetri d'altezza,
sono sostenuti da un ferro che passa attraverso la testa ed il busto, hanno
un altro ferro al braccio destro per permetterne il movimento e, per mezzo
di un filo che passa attraverso la mano chiusa a pugno, possono sfoderare e
ringuainare la spada; il ginocchio sinistro è articolato, anzi, in
alcuni teatri palermitani, i pupi hanno un filo fissato al ginocchio per
aiutarlo a fare il primo passo, farlo genuflettere, permettergli d'esprime
ira od impazienza vibrando la gamba. A Palermo i pupi sono agiti
lateralmente dagli opranti (oprante, o puparo, è il nome che si
dà in Sicilia a chi agisce i pupi, a Napoli chi manovra il pupo
è chiamato pupante), che stanno sul loro stesso piano, ai lati del
palcoscenico, sorreggendo il braccio che li regge (il sinistro, usualmente)
con un'apposita imbracatura (anche se i pupi palermitani sono quelli di
taglia più piccola, sono discretamente pesanti), ma solo uno di loro
dà voce a tutti i pupi, recitando a canovaccio (recitare a
canovaccio, significa improvvisare seguendo una traccia scritta di trama,
interpolando tirate e gag codificate, così come
già facevano gli attori della Commedia dell'Arte).
I pupi catanesi sono alti circa un metro e venti/trenta, quanto un ragazzino
quindi, oltre al ferro principale, ne hanno uno anche per manovrare il
braccio destro, con la spada fissata direttamente nel pugno, pertanto sempre
sguainata. Non hanno il ginocchio articolato, secondo la suggestiva diceria
che i paladini non s'inginocchiano davanti a nulla e nessuno, in
realtà perché l'alta statura ed il peso eccessivo (possono
raggiungere anche i 16 Kg.) rendono difficoltoso il manovrarli, tanto
è che gli opranti (uno per ogni pupo) lavorano dall'alto di un ponte
di manovra (questo ponte, però, non è così in alto
quanto quello delle marionette tradizionali; in effetti si potrebbe quasi
definire un'alta panca) piazzato dietro il fondale. Nell'Opera dei Pupi di
Catania, le voci recitanti sono più d'una ma, i dicitori, non stanno
sul ponte di manovra, bensì sul medesimo piano dei pupi, alla destra
del palcoscenico e, solitamente, recitano anche loro improvvisando.
I pupi napoletani misurano circa un metro, sono privi del ferro alla mano
destra, che è manovrata con un filo, ed hanno la spada fissata al
palmo. Le ginocchia sono snodate, ma sono agiti dall'alto come i pupi
catanesi. Nel teatro napoletano, sono gli stessi pupanti a dar voce ai
personaggi, recitando veri copioni teatrali posti su appositi leggii.
Per costruire, dipingere e vestire un pupo, occorrono dai 25 ai 28 giorni di
lavoro curato ed appassionato: ogni fase di lavoro è ancora fatta a
mano, dalla testa scolpita agli abiti ricamati alle armature metalliche,
complete di decorazioni, elmi piumati e spade scintillanti. I Paladini si
riconoscono l'uno dall'altro per particolari fisici codificati, come lo
strabismo d'orlando, e per i simboli araldici, per esempio: sullo scudo di
Ruggiero c'è un'aquila d'argento, su quello di Rinaldo un leone
rampante e un sole riluce su quello d'Oliviero.
In Sicilia, la differenza tra la misura dei pupi palermitani e quelli
catanesi era proporzionale a quelle dei teatri che li ospitavano. A Palermo
le sale non ospitavano più di duecento spettatori, mentre a Catania
ne potevano contenere anche cinquecento. Alcune sale erano attrezzate con
pedane rialzate, denominate pomposamente palchi, dove, nelle prime file,
sedevano i bambini. L'interno delle sale era decorato con i cartelloni
(l'usanza perdura tuttora).
Importantissimi per l'Opera dei Pupi, soprattutto in Sicilia, dove ancora
sopravvivono, furono, appunto, i cartelloni che, appesi giornalmente nelle
strade (oggi difficilmente se ne vedono lungo le strade, ma fanno ancora
parte del patrimonio di ciascun teatro dei pupi ed alcuni si possono anche
ammirare al Museo Internazionale delle Marionette a Palermo),
preannunciavano le gesta che i paladini avrebbero vissuto la sera sul palco.
Non bisogna confondere i cartelloni con dei semplici manifesti pubblicitari,
essi erano e sono molto di più.

La tradizione dei cartelloni risale ai giullari che, già nel XIII
secolo, dipingevano figure su dei cartelli per illustrare le storie che
cantavano. La tradizione dei giullari fu, in seguito, raccolta dai
cantastorie - e proseguita per tutto l'Ottocento - che spiegavano ciò
che cantavano usando cartelli dipinti con le scene che andavano narrando per
rendere più vivi i particolari della storia, in modo che tutti
comprendessero (l'impatto dell'immagine, si sa, è spesso più
immediato e di facile comprensione di quello delle parole).
I cartelli palermitani erano - e sono - su tela, alti circa due metri e
larghi uno e mezzo, vivacemente dipinti a tempera, divisi solitamente in 8
scacchi, cioè riquadri, sono inchiodati su due bastoni che servono ad
arrotolarli prima di riporli; ogni riquadro illustra una puntata della
storia e, giorno per giorno, è posto un cartellino con la scritta
"oggi" sulla puntata che è rappresentata nella giornata.
Ogni compagnia che si rispettasse, possedeva almeno una sessantina di questi
cartelloni.
Nella tradizione catanese i cartelloni erano almeno mezzo migliaio per ogni
teatro; le misure e la tecnica a tempera non differiscono da quelle
palermitane, ma sono dipinti, solitamente con più cura, su carta da
imballaggio, ritraggono una sola scena del racconto (da qui l'enorme
quantità) e sono riposti piegati.
A Napoli i cartelloni - non più di un centinaio per ogni compagnia -
erano più raffinati pittoricamente di quelli siciliani, con tinte
meno vivaci, su supporto cartaceo rinforzato di tela ai quattro lati,
sporadicamente dipinti anche interamente su tela.
Il repertorio dei pupi gravitava intorno alle storie dei paladini di
Francia, di santi, della camorra e dei banditi. Ovviamente non si tratta di
comuni criminali, ma di quelli mitizzati dalla fantasia popolare, che vedeva
in loro i soccorritori del popolo, i punitori delle malversazioni e delle
ingiustizie, insomma, gli epigoni di Robin Hood. Del resto, bisogna pensare
che la terribile mafia è nata in Sicilia sotto il dominio borbonico,
come strumento extralegale di regolazione dei conflitti sociali in una
società arretrata con un potere corrotto ed inefficiente; assunse
connotazioni criminali solo dopo l'unità d'Italia. Uguale dicasi per
la camorra, sorta come associazione segreta nel napoletano durante il
dominio spagnolo e sviluppatasi come associazione criminale soprattutto nel
XIX e XX secolo.
Le storie della camorra e dei banditi hanno, in un certo senso,
affinità con quelle cavalleresche, perché sono storie eroiche
di generosità, di lealtà, di coraggio e di forza fisica,
valori assoluti proposti da eroi di senso negativo. Questi presunti eroi,
difendono i diritti dei deboli e degli indifesi dai malvagi, spesso
individuati nei funzionari dei Borboni o da loro protetti, il regno dei
Borboni s'estendeva da Napoli a tutto il meridione d'Italia, comprendendo
anche la Sicilia, ovvero in tutto il territorio dov'è fiorito il
teatro dei pupi.
Le prime storie rappresentate all'Opera dei Pupi furono tratte dai
più famosi poemi cavallereschi: I Reali di Francia e il Guerin
Meschino di Andrea da Barberino, il Morgante Maggiore di Luigi Pulci,
l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, l'Orlando furioso di Ludovico
Ariosto, la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, Le prime imprese del
Conte Orlando di Ludovico Dolce, ma, su tutte, la più usata è
stata soprattutto la Storia dei Paladini di Francia, di Giusto Lodico.
Maestro elementare palermitano, Lodico (o Lo Dico, si trova citato in
entrambe le accezioni) pubblicò la sua Storia dei Paladini di Francia
tra il 1858 ed 1860, a Palermo; un'opera di quasi quattromila pagine,
illustrata da numerose xilografie del Mattaliano, stampata in quattro volumi
che narravano le gesta dei paladini da Milone conte d'Aglante, padre di
Orlando, fino alla morte di Rinaldo, suo cugino.
Pubblicata in diverse edizioni, anche a dispense, l'opera del Lodico
è considerata tuttora la Bibbia degli opranti, essa è stata
utilizzata come riferimento alla stesura delle sceneggiature utilizzate
nelle rappresentazioni dei pupi: per vedere le rappresentazioni dell'intero
ciclo occorrevano circa tre anni, con uno spettacolo per sera, ma gli
spettatori, puntuali, al calar della sera s'accalcavano nel teatro per
seguire le imprese dei loro beniamini e, a ciclo terminato, quando gli
spettacoli ricominciavano, ritornavano a vederlo da capo perché nelle
storie - intelligentemente riadattate da Lodico dalla originale Chanson
de Roland del XII secolo - vedevano un gruppo di eroi che, stretti
attorno alla figura del padre (Carlo Magno) in una famiglia (ricordiamoci
quanto detto a proposito della mafia d'allora: la Famiglia - ancora
adesso - è il termine con cui si auto designa l'associazione
mafiosa), difendeva gli interessi dei deboli e degli oppressi dalle
prevaricazioni dei cattivi (i saraceni) e dei potenti malvagi e subdoli
(Gano di Magonza, cioè il Guenes de Mayence della Chanson ed i suoi
sostenitori).
Per spiegare questo "riconoscersi" del popolo nelle vicende dei
paladini, occorre rammentare che la nascita dei pupi si situa circa nel
primo ventennio del XIX secolo, quando il Romanticismo portava artisti,
letterali ed intellettuali in genere alla riscoperta della fantasia, del
sentimento e dell'ingenuità in una fusione più intima tra Uomo
e Natura. L'artista sentiva d'essere creatore: nacque così la figura
del genio ribelle, emarginato dalla società anticonformista, colmo
d'ansia di vivere e d'ideali di libertà. In questo complesso
d'elementi il terreno era fertile per il rifiorire delle leggende
cavalleresche, ma, contemporaneamente maturavano nell'Ottocento i frutti dei
semi illuministici: l'industrializzazione cominciava il suo cammino ed il
ceto popolare rafforzava la coscienza di sé, iniziata - anche se con
risvolti molto cruenti - con la Rivoluzione Francese. Nella commistione,
nata con i pupi, fra le marionette e le leggende cavalleresche rimaneggiate
dagli intellettuali romantici, il popolo trovava una dimensione ove gli era
possibile ravvisarsi, stare allegro ed avere una valvola di sfogo ai soprusi
da parte del potere egemone attraverso la partecipazione, a volte assurda,
alla rappresentazione. Ad esempio, non era raro capitasse che, quando il
traditore Gano era squartato alla fine della Storia dei Paladini di Francia,
il pubblico s'impadronisse delle membra disarticolate del pupo, le facesse a
pezzetti, infierendo su di esse, per poi spartirsele.
In conclusione, l'essenza intima dell'Opera dei Pupi era una liturgia di
sentimenti forti: odio, amore, vendetta. Rappresentazione dopo
rappresentazione, l'amore del pubblico per gli eroici paladini cresceva e,
di pari passo, aumentava l'odio e lo sdegno verso i personaggi negativi.
L'ineluttabile morte dei buoni - perchè già si sapeva come la
storia, tanto nota, sarebbe andata finire - era paventata e quella dei
cattivi attesa con ansia.
Comunque, in tanta gloria, viltà, passione e odio, non mancavano i
momenti comici, sostenuti da personaggi appositi, popolani che, al contrario
dei Paladini e dei cattivi, indossavano abiti contemporanei e parlavano - e
parlano - in dialetto; fra i più conosciuti, Peppennino e Virticchio,
aiutanti dei baldi eroi positivi.
Con l'inizio del XX secolo, la società si evolve, il pubblico inizia
a disertare i teatrini dei pupi, i costi di gestione aumentano ed i pupari,
per farvi fronte, sono costretti a lavorare solo con i famigliari, si
disgrega così la struttura umana che era alla base degli
spettacoli.
La Prima Guerra Mondiale peggiora le cose, aumenta la disoccupazione e molti
teatri chiudono, mentre intere famiglie di pupari sono costrette ad emigrare
per cercare sostentamento. L'avvento della radio, del cinema e l'aumento
dell'alfabetizzazione, seguite dall'incremento industriale, allontanano
sempre più il pubblico dall'opera dei Pupi, le cui tematiche non
destano più l'interesse e la passione del secolo precedente.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la discesa è aumentata
vertiginosamente. Ormai, oggi, il mondo dei pupi si trova in bilico fra
l'estinzione e la via dell'attrazione turistica, vive stentatamente,
cercando nuove strade e nuovi ideali che possano sostituire quelli che, per
oltre cento anni, li hanno guidati al successo. Speriamo che i prodi
Paladini di Francia possano vincere anche questa ultima battaglia, che un
altro patrimonio di tradizioni non vada perso, ma il progresso è un
nemico più difficile da combattere di Gano di Magonza.
BUMA: museo
virtuale di burattini e marionette
Mimmo Cuticchio: puparo siciliano
Pupanti napoletani
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