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Lo sapevo. Lo avevo sempre saputo. Più per intuizione che per conoscenza, ma la certezza di una realtà diversa, più ampia, più libera di quella che io vivevo a bordo dell'astronave della Flotta, dove'ero nato e vissuto, era sempre stata latente nella mia mente condizionata.
Con la stolidezza di un bove aggiogato, avevo permesso agli Altri di costruirmi, avevo appreso a guardarmi attraverso occhi non miei.
Ero stato costruito pezzo per pezzo, adattando la mente e l'animo all'ammasso informe di grasso che n'era il contenitore. Gli occhi, pur avvezzi a scrutare l'immensità dello spazio, vedevano quello che Gli avevano insegnato a vedere.
Credevo in Dio, nella Famiglia e nella Federazione, nell'ordine, così com'era dato per scontato che dovessi credere.
Eppure, in qualche misconosciuto e reietto angolo della mia atrofizzata personalità, qualche scintilla covava. Occasionalmente qualche rigurgito d'autodeterminazione mi spingeva ad atti folli, che si esaurivano in solitarie maratone sulle alte colline di un'illusoria campagna che creavo sul Ponte Ologrammi, incurante del gelo invernale o della canicola estiva programmati dalla mia esulcerata immaginazione. Altro non osavo, intimorito, anche se esasperato, dalla muta e severa condanna che leggevo chiaramente negli occhi Altrui.
La Loro invisibile bacchetta orchestrava da sempre le mie giornate, ed al suo cenno mangiavo, lavoravo, ridevo, piangevo, riposavo, vivevo.
Quando la Guida salì a bordo, proveniente da un remoto avamposto su un desolato pianeta ai margini del Quadrante Alfa, la riconobbi dagli occhi. Non mi guardavano, mi vedevano.
Vedeva tutti e non guardava nessuno.
Non insegnava, non comandava, non giudicava ma era giudicata; negativamente. Viveva come voleva, infischiandosene degli Altri, seguiva solo il suo capriccio, assorbendo avidamente le esperienze, bruciando le giornate che gli Altri vivevano con metodo.
Irresistibile per me, come il raggio traente per la carcassa di una navetta, mi guidava verso la diversa realtà che covava, perversa, nei miei abissi.
Le mie evasioni conobbero un compagno ed una meta. Non più le gelide od ardenti colline della campagna olografica, ma la semioscurità d'una squallida stiva di carico. Dall'alto di quell'ideale torrione isolato, la mia Guida ed io contemplavamo il mondo degli Altri, passandoci uno di quei calami di serenità che disperdevano nelle volute del loro fumo tutti i condizionamenti, tutti i perbenismi.
Il Giorno giunse durante la monotonia d'una missione cartografica. La soluzione del tutto, la libertà totale, sbocciò tra le dita della Guida come fino allora vi erano sbocciati quegli spessi bastoncini apportatori di nirvana. Come quelli ce la passammo, e l'attesa durò solo lo spazio di un attimo.
L'indaco di un cielo terrestre si espanse all'improvviso, l'oro di un sole squarciò subitaneo la squallida penombra e la stiva di carico diventò il tetto dell'Universo. Avevamo vinto su Tutti e Tutto, nulla ci poté più fermare.
La mia Guida con un balzo si lanciò nel cielo, precipitò nell'oro luminoso, si librò lontano.
Adesso sì che l'onda dell'infinito mi aveva sommerso, adesso sì che la libertà mi apparteneva, ogni sbarra era divelta dal mio carcere.
E già io cadevo, precipitavo, balzavo, volavo: preso in un vortice sublime, sfrecciavo lontano verso il Paradiso. |