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Il Direttore Artistico spinse con decisione il campanello.
Sullo Spacecraft Dionisio tutto era personalizzato: anche i campanelli degli alloggi ed Ariel Neko Tempest udì chiaramente, al dilà della porta chiusa, il trillo d'un pianoforte avvisare l'occupante dell'alloggio della presenza di un visitatore alla propria porta.
«Avanti.»
Neko non si fece ripetere l'invito ed entrò con decisione nell'alloggio.
La Sovrintendente la guardò perplessa: la giovane reggeva per la collottola un bimbo umanoide, all'incirca sui tre-quattro anni, in lacrime.
«Abbiamo un problema: piange» Annunciò decisa la caitiana.
«Lo vedo e, soprattutto, lo sento! Azzarderei l'ipotesi che, se tu lo reggessi in un altro modo, forse smetterebbe di frignare.»
La caitiana sgranò gli occhi stupita: «Perché, cosa c'è che non va nel mio modo di tenerlo?»
La Sovrintendente sospirò scuotendo il capo «Quello è un bambino di razza umana, solitamente non li teniamo per la collottola: li portiamo in braccio.»
«Oops... chiedo scusa! è così che noi spostiamo i nostri cuccioli...» Neko accomodò diligentemente il bambino fra le braccia «Comunque non è per questo che piange, era già in lacrime quando ho deciso di portarlo da te. Il fatto è che...»
«Un momento! Prima di parlare, cerchiamo di farlo smettere di piangere.»
«Non è una cattiva idea, ormai mi sta assordando.» Borbottò la caitiana guardando di traverso il bimbo.
La Sovrintendente s'alzò e si recò al replicatore, elegantemente nascosto da un pannello mobile decorato con un murales.« Un lecca-lecca gigante a forma di gat...» s'interruppe, dando un'occhiata al Direttore Artistico «ehm... a forma di farfalla ed al gusto di fragola e limone.» Il replicatore materializzò sollecitamente il dolciume richiesto e la donna lo porse al bimbo. «Senti... come ti chiami piccolino?»
«Patrizio.» Farfugliò il frugoletto, tirando su con il naso.
«Sei terrestre?»
«Sono di Monghidoro»Biascicò il pargolo fra le lacrime.
«Monghidoro? Che pianeta è? Non l'ho mai sentito nominare.» Chiese perplessa Neko.
«Non è un pianeta: è un paesino terrestre nell'Appennino tosco-emiliano.» Spiegò la Sovrintendente. «Quando ero giovane io, all'incirca trecento e rotti anni fa, era noto per aver dato i natali ad un famoso cantante.»
«Ah! Caruso? Tamagno? Sinatra? Pavarotti...?»
«No: Gianni Morandi... Dunque, Patrizio, vedi questo bel lecca-lecca? È tuo se smetti di piangere.»
Prontamente il marmocchio smise di piangere e, arraffato il dolciume, prese a succhiarlo di buona lena.
«Bene! Allora: qual'è il problema che l'ha ridotto in lacrime?» Chiese la Sovrintendente con un sospiro di sollievo per il momentaneo acquietarsi dei possenti strilli.
«Il fatto è che ho acconsentito alla richiesta dei genitori di questo mostr...di Patrizio, di prendermi cura di lui per un paio di giorni mentre loro sono in gita su Risa.»
«Vogliono dargli un fratellino...?»
«E che ne so! Noi andiamo in amore due volte all'anno, non conosco le abitudini degli umani.»
«Per noi tutti i giorni vanno bene, ma, questo, è un discorso su cui preferirei sorvolare.W Disse la Sovrintendente dando un'occhiata significativa verso Patrizio.
«Va bene, torniamo al punto. A parte il fatto che questo ? il cucciolo più viziato che mi è capitato d'incontrare in vita mia, me la sono cavata benissimo finché non ha cominciato a blaterare che domani è il giorno della banana e che lui voleva una storia sulla banana, ma che cavolo è il giorno della banana?! Io non ne ho la minima idea e questo non fa che strillare, piangere e pestare i piedi!!»
«Il giorno della banana...? Un momento: forse ho capito. Domani, secondo il calendario terrestre, è il sei gennaio, l'Italia è una nazione per la maggioranza a religione cattolica ed il sei gennaio ricorre la festa dell'Epifania, cioé il giorno della Befana.»
«Ne so quanto prima. Cos'è la Befana?»
«Non cosè, ma chi è.» La Sovrintendente prese il bimbo, ancora intento a succhiare il lecca-lecca, tra le braccia e si sedette sul divano. «Ora racconto a Patrizio la storia che ha chiesto ed alla fine saprai anche tu chi è la Befana.»
«D'accordo, mi piacciono le storie!» Neko s'acciambellò sui cuscini di una poltrona e si dispose ad ascoltare.
La Sovrintendente cominciò a narrare.
"Nell'opaco chiarore del freddo pomeriggio invernale, il borgo sembrava stringersi ai piedi del castello che, duecento anni prima, il signore di quelle terre aveva fatto erigere a guardia di quel remoto confine del suo feudo.
Nelle stradicciole, imbiancate dalla recente nevicata e nelle umili dimore dai tetti sbilenchi ferveva l'attività e ciascuno era intento a svolgere le ultime incombenze prima del pasto serale e del riposo notturno.
Nelle case le massaie rimestavano la zuppa ascoltando le risate e le grida festose dei loro marmocchi che, sfruttando l'ultima luce, si rincorrevano felici rotolandosi nella neve.
Sui loro visetti arrossati si leggeva un'aria di gioiosa attesa: l'indomani ricorreva la festa dell'Epifania e, dopo la funzione del mattino, nel cortile del castello tre servitori travestiti da Re Magi, avrebbero distribuito loro noci e fichi secchi. Poiché l'annata era stata buona, forse il castellano avrebbe fatto distribuire anche qualche dolcetto e, magari, qualche piccolo dono.
«Mi piacerebbe ricevere una bambola.» Sospirò una piccoletta riccioluta «Una bella bambola dai capelli di seta e dal vestitino ricamato, come quella della figlia più piccola del castellano.»
«Io vorrei un cavalluccio di legno dipinto. »Rincarò un ragazzino dai capelli rossi.
«A me piacerebbe una palla di stoffa colorata... come quella che voleva darmi... lei... !»
Tutti i ragazzi si volsero a guardare il bambino dalla giacchetta verde che aveva parlato per ultimo.
«Lei» ripeté la bimba riccioluta «Vuoi dire la... la strega?» finì in un sussurro.
«Certo, chi altri vuoi che sia a poter offrire balocchi, quasi fosse la castellana in persona. »
Gli occhi di tutto il gruppetto si volsero ad una misera casupola, al limitare dell'abitato, un po' discosta dalle altre.
«Anche a me ha offerto dei doni.» Ammise una ragazzina, stringendosi lo scialletto attorno alle spalle magre.
«Non li avrai accettati?!» inorridì quello dai capelli rossi.
«Sicuramente no.» Si affrettò a dire la ragazzina. «Non sono matta: quelli sono certo giocattoli stregati perché quella vecchia è la più povera del borgo e, del resto, nessuno qui sa fare giocattoli così belli.»
«La bambola che mi ha fatto la mia mamma è bellissima.» S'indignò la più piccola del gruppo, stringendo al cuore una pupazza fatta di vecchi stracci, dalla bocca e dagli occhi disegnati col carbone.
Nessuno le prestò ascolto, impegnati come erano nei loro pettegoli bisbigli. «Quella strega ha di sicuro venduto l'anima al diavolo: è
vecchissima.» Sentenziò la piccola dai capelli ricci. «Sono certa che ha più di cinquanta anni.»
«Di più, molti di più.» Intervenne quella dallo scialle. «Mia nonna ha quarant'anni, e dice di non ricordare d'averla vista giovane.»
«Non è possibile,»protestò il ragazzo dalla giacchetta verde «nessuno può diventare così vecchio!»
«Non dico le bugie, io!» si difese la bambina «Quella è una perfida strega, ecco come fa ad essere campata tanto.»
«Non è cattiva.» protestò la più piccola dei bambini «In autunno la mia mamma è guarita dalla febbre bevendo un decotto fatto da lei.»
«Infatti, sono proprio le streghe che fanno i decotti d'erbe magiche.» Concluse trionfante la bimba dallo scialle.
«Ehi, vacci piano!»l'ammonì quello dai capelli rossi, «Anche la castellana coltiva le erbe medicinali.»
« Ma non si fa pagare per distribuirle.»
«:Neanche la vecchia si fa pagare,» puntualizzò la piccolina «non ha voluto niente dalla mamma.»
«Proprio niente, niente...?»
«Niente... beh la mamma ha insistito per darle una brocca di latte, e lei non l'ha rifiutata.»
«Vedi, vedi!» Strillò trionfante l'altra. «Si fa pagare per guarire la gente. Sono sicura che se uno non la paga, lei gli lancia una fattura.»
«Zitti.» Ammonì il ragazzo dalla giacchetta. «La strega sta uscendo da casa.»
I ragazzi ammutolirono di colpo, volgendo la loro attenzione alla casupola solitaria.
Dalla casa uscì una vecchia che cominciò faticosamente a spazzare via la neve che si era accumulata sulla soglia, manovrando una vecchia scopa di rami secchi.
«Scommetto» bisbigliò la bimba dallo scialle «che di notte cavalca quella scopa e vola di qua e di là.»
Quasi avesse sentito le sue parole, la vecchia sollevò il capo interrompendo il suo lavoro e fissò il gruppo dei bambini con i suoi occhi neri che brillavano di vita nonostante le rughe che li incorniciavano. La bocca vizza s' aprì su un sorriso un po' sdentato, mentre la donna agitava una mano in segno di saluto verso i ragazzi.
«Buonasera bambini, non verreste qui da me, a farmi un po' di compagnia?» li chiamò con la sua voce tremula. «Ho della marmellata d'uva spina, dei biscotti di avena e tanti bei giocattoli pronti per voi.»
Mentre parlava, la vecchia mosse qualche passo verso di loro ed i bambini, dopo essersi scambiati un fugace sguardo di spavento, se ne fuggirono in tutte le direzioni, rifugiandosi nelle loro case.
«No, aspettate. Non scappate, state un po' con me: sono così sola!»
Implorò la vecchietta, ma la sua voce si perse inutilmente nella buia stradicciola. La presunta strega chinò il capo delusa e ritornò mestamente alla sua casa, varcò la soglia e, rinchiusa la porta alle sue spalle, attraversò la stanza appena illuminata dal rosseggiare delle braci del camino per accendere il lume.
Al chiarore della candela uno spettacolo incredibile emerse dall'ombra: file e file di giocattoli si allineavano ordinatamente sulle rozze scansie appese alle pareti.
«Amici miei,» mormorò la vecchia guardando i giocattoli, che lei stessa aveva costruito con amore e pazienza «Siete destinati a rimanere per sempre in mia sola compagnia. Nessun bambino vi vuole, tutti temono che siate opera di chissà quale stregoneria. Il cielo mi ha voluto regalare una vita troppo lunga, e tutti mi condannano perciò alla solitudine e mi circondano di diffidenza.»
Una lacrima amara rigò lentamente il vecchio viso rugoso, mentre la mente riandava a quando, giovane e felice, allevava i suoi figli costruendo per loro bellissimi giocattoli. Era tanto brava nel fabbricare giocattoli che la sua fama era giunta sino al castellano di quei tempi, e questi le aveva fatto fare i giocattoli per i suoi figli ricompensandola generosamente.
Poi gli anni erano trascorsi, una guerra, ormai dimenticata, le aveva strappato marito e figlio; un bel giovane di passaggio le aveva portato via la figlia facendola sua sposa, portandola con sé in qualche borgo lontano, e lei era rimasta sola a coltivare le sue erbe medicinali, mentre la sua fama di giocattolaia andava dimenticata, scomparendo con le persone che avevano potuto ammirare i suoi balocchi.
Ora, vecchia e stanca, si ritrovava sola ed i bambini che sempre aveva tanto amato la sfuggivano, credendola una strega.
Congiungendo le mani in una preghiera la vecchia si inginocchiò sul duro pavimento, davanti ad una piccola immagine della Madonna affissa alla parete.
«Madonna Santa,» pregò con voce rotta dalle lacrime «ormai sono vecchia e stanca, tutti mi giudicano inutile e mi guardano con diffidenza perché ho vissuto assai più a lungo del dovuto. A nessuno interessa sapere cosa faccio nei miei lunghi giorni; nessuno vuole tutto l'amore che so di poter donare. Non servo più a niente ed a nessuno: prendimi con Te, Ti supplico!»
Mentre la vecchia così pregava, assorta nel suo dolore, qualcosa di incredibile e meraviglioso avveniva intorno a lei.
La luce del fioco lumino acceso dinanzi all'immagine della Madonna pareva spandersi, diventando sempre più luminosa e chiara.
Ad un certo punto la luce divenne così intensa che persino la vecchia si riscosse dalle sue cupe riflessioni e si guardò intorno stupita.
Una sorta di caligine dorata invadeva la piccola stanza, mentre un profumo di mandorli in fiore impregnava l'aria e risuonava intorno un dolcissimo canto di voci celesti.
Davanti agli occhi stupiti della povera vecchietta, l'immagine della Madonna prese vita, e con Lei il Santo Bambino che stringeva tra le braccia ed i Re Magi che l' adoravano.
«Madonna benedetta!» esclamò la vecchia, che credeva di essere in Paradiso. «Hai esaudito la mia preghiera, mi hai presa in Paradiso!»
«Alzati mia cara, non sei morta.» Rispose la dolcissima Madre di Dio «Il tuo cuore è troppo pieno d'amore perché questa povera Terra ne sia privata. A te è affidato il compito di distribuire gioia ai bambini della Terra finché le stelle avranno luce.»
«Io? Come farò io, povera vecchia, ad assolvere un compito così immenso?»
La Madonna sorrise e spiegò:
«In questa notte che precede l'Epifania, tu cavalcherai la tua scopa (l'oggetto in questione vibrò per un attimo, poi si alzò da terra e volò accanto alla sua esterrefatta padrona) recando un sacco colmo di doni.»
La Madonna fece cenno ad uno dei Re Magi, che si tolse il mantello riunendone le cocche in mano. Subito il manto si trasformò in un magico sacco, ben rigonfio, da cui facevano capolino mille e mille balocchi.
Un nugolo d'angioletti ridenti afferrò il sacco e lo depose ai piedi della vecchietta, poi presero a fare capriole ed a rincorrersi fino a quando il più piccolo degli angioletti ruzzolò dentro il sacco del carbone.
La Madonna sorrise e riprese a parlare.
«Porterai doni a tutti i bimbi buoni, mentre per quelli birichini ci sarà solo un sacchetto di carbone, come è accaduto per quell'angioletto poco fa.»
Gli angioletti risero approvando e scherzando.
«Quale sarà il suo nome?» Chiese un paffuto cherubino.
«è semplice» trillò un'altro. «Questa è la notte dell'Epifania, lei si dovrà chiamare così.»
«Epifania?» il cherubino non pareva molto convinto.
«No, no: è meglio Befania. È più facile da dire.» Esclamò un terzo.
«Non mi piace Befania.» Protestò quello che aveva proposto il nome di Epifania.
«E se mi chiamassi Befana?» propose sorridendo la vecchietta «In fondo è una via di mezzo, no?»
Un coro di gioiosi evviva risuonò tutt'intorno, interrotto dai rintocchi del campanile della chiesa del castello che batteva la mezzanotte.
«è mezzanotte.» La voce della Madonna sedò l'allegria degli angioletti «Va Befana, la tua notte è iniziata. Il tempo si dilaterà finché tu non avrai compiuto la tua missione di gioia e così sarà sempre, finché ci sarà un bimbo su questa vecchia Terra.»
La Madonna, i Magi e gli angioletti scomparvero assieme alla luce dorata che li aveva annunciati.
La Befana si guardò attorno sorridendo, poi afferrò con una mano la scopa salendoci cavalcioni, si mise il sacco dei balocchi su di una spalla e sfrecciò fuori dalla capanna, librandosi verso il freddo cielo invernale trapunto di stelle.
Rise felice scendendo per la cappa di un camino, depositò i suoi doni accanto al focolare e se ne riuscì attraverso la canna fumaria, volando verso un'altra destinazione.
La gioia le inondava il cuore: mai più i bambini avrebbero avuto paura di lei, ora l'avrebbero aspettata con ansia ed accolto i suoi balocchi più volentieri.
Non sarebbe stata più sola: l'amore di tutti i bambini del mondo le avrebbe tenuto compagnia durante l'anno, mentre preparava i balocchi da donare loro nella notte dell'Epifania.
Ma la Befana sapeva che il dono più bello lo aveva ricevuto lei stessa: le era stata data la possibilità di donare tutto l'amore che aveva nel cuore ed esserne ricambiata."
«Bella storia!»
«Grazie, ma fa piano: Patrizio s'è addormentato.»
«Il piccolo mostro!! Prima mi fa impazzire, poi s'addormenta quando gli diamo quello che vuole.»
«Come tutti i cuccioli dell'Universo, non &egeave; così?»
«Già» Sospirò Neko prendendo il bimbo addormentato dalle braccia dell'altra donna. «Sarà meglio che lo porti a dormire nel suo alloggio, per fortuna che fra qualche ora tornano i suoi genitori! Grazie, Sovrintendente.»
«Non c'è di che, Neko. Buonanotte.»
«Buonanotte anche a te, e che la befana ti porti tanti doni!» Rispose la caitiana uscendo dall'alloggio con il suo prezioso carico tra le braccia. |