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Gigì uscì dalle fresche grotte nel ventre della montagna, slacciò rapidamente la giacchetta impermeabile, diventata improvvisamente di troppo nella calda aria che arroventava la gola del fiume nel primo pomeriggio di quella giornata di fine luglio, e si appoggiò alla balaustra per riprendere fiato mentre gli altri visitatori le sciamavano attorno ridendo e chiacchierando.
L'altra comitiva, ancora in attesa di visitare le grotte, seguì la propria guida ed il pesante portone elettrico si richiuse lentamente dietro di loro; nel rinnovato silenzio Gigì si ritrovò sola a mezzo monte, con la strada ai suoi piedi e l'altra parete del monte, tagliato in due dal fiume, che si ergeva maestosamente dinanzi a lei.
La ragazzina seguì con gli occhi le asperità della roccia, divertendosi a scoprire le immagini fantastiche che esse disegnavano: quella là in cima assomigliava ad una paperetta, quella un po'più sotto pareva proprio un muso di babbuino e quella di fronte a lei, non c'erano dubbi, era il gigantesco volto di un uomo posto di tre quarti. C'era tutto: le grosse labbra, il nasone un po'gobbo, le sopracciglia cespugliose ed i tondi occhi.
Improvvisamente Gigì trasalì, poi si stropicciò gli occhi, santo cielo!, il sole di luglio le dava le traveggole: le era sembrato che uno di quei giganteschi occhi le avesse fatto l'occhiolino.
Scosse la testa ridendo, tornò ad alzare lo sguardo sulla montagna e sgranò gli occhi rimanendo a bocca aperta: l'occhio aveva di nuovo ammiccato mentre le grosse labbra si contraevano in un accenno di sorriso.
Cosa diavolo stava succedendo, si domandò allarmata, stava forse impazzendo?
Si guardò attorno per cercare la rassicurante presenza di un altro essere umano, ma intorno a lei non c'era nessuno, timorosa tornò a guardare quel volto di roccia, il tenue sorriso persisteva.
In quel momento un passerotto si levò in volo da un cespuglio abbarbicato al monte, vicinissimo alle grosse labbra di pietra, attraversò la gola e si posò sulla balaustra, a pochi centimetri dalla mano della attonita ragazza.
"Sei arrivata, finalmente!"
Gigì fece un balzo indietro, spaventata: il passerotto aveva cinguettato, ma lei l'aveva capito benissimo come se avesse parlato in buon italiano.
"Oddio -mormorò frastornata- devo avere le allucinazioni, prima vedo le rocce che mi fanno l'occhietto, poi sento parlare i passeri. Sto veramente male."
"Spero proprio di no -cinguettò il passerotto- perché è indispensabile che tu torni qui questa notte, prima che spunti la luna."
"La luna?" ripeté automaticamente la ragazzina.
"Certo, la luna -ripeté l'uccellino- Questa notte c'è l'ultima falce di luna prima del novilunio: o lo liberi questa notte o rimarrà imprigionato per sempre."
"Chi?, chi rimarrà imprigionato?"
Il cinguettio del passerotto si fece impaziente, quasi stizzoso mentre rispondeva.
"Il gigante, naturalmente."
Gigì non ci capiva più niente "Di quale gigante stai parlando?" chiese perplessa.
"Ma come -protesto il pennuto scandalizzato- è più di dieci minuti che lo guardi in faccia e non sai di chi sto parlando!"
Gli occhi sgranati della ragazza tornarono a fissare stupefatti il volto imprigionato nella montagna e, nuovamente, l'occhio si chiuse nell'ammiccare e le labbra si contrassero nel sorriso.
Dietro al portone che chiudeva l'ingresso alle grotte si sentirono le voci dei turisti che stavano per uscire, mentre il nuovo gruppo stava già inerpicandosi per il sentiero che conduceva all'entrata.
"Non c'è più tempo per spiegare -cinguettò affannato l'uccellino- Torna questa notte prima del sorgere della luna, mi raccomando: quel poveretto dipende solo da te!"
S'alzò con un battere d'ali e volteggiò per qualche secondo nell'aria prima di scomparire nel folto della vegetazione.
Gigì tornò a guardare il monte, il viso non sorrideva né ammiccava, era tornato un ammasso di rocce dalla forma bizzarra.
La ragazza rialzò la testa con piglio risoluto, quello era un mistero che andava assolutamente risolto; quella notte sarebbe ritornata e avrebbe trovato il bandolo di quella misteriosa faccenda. Una minacciosa visione di pipistrelli, gufi ed altri animali notturni le si affacciò alla mente ma la respinse con decisione: era troppo grande per temere queste cose aveva già sedici anni, non era più una bambina e poi, se davvero c'era qualcuno imprigionato in quella montagna e se davvero quella era l'ultima occasione per liberarlo da quell'orrenda prigionia, era suo dovere tirarlo fuori di lì, costasse quel che costasse.
Facendosi luce con la torcia Gigì percorreva la strada che si snodava nella valle costeggiando il fiume, nel cielo le stelle brillavano più chiare, non offuscate dalla luce della luna orma ridotta ad un filo. Il silenzio della notte era rotto solo da misteriosi fruscii e dal tenue mormorare dell'acqua, invisibile nell'oscurità.
Imponendosi fermamente di non rabbrividire di paura, la ragazza salì la rampa che portava alle grotte e, affacciandosi alla balaustra, puntò la torcia verso la parete rocciosa davanti a lei.
Dall'ombra emerse il profilo misterioso, subito il volto di pietra si animò, gli occhi presero vita e le labbra si schiusero in un cordiale sorriso.
"Hai mantenuto la promessa, sei tornata! Non so dirti quanto te ne sono grato."
La profonda voce maschile, dai toni rochi, scaturì dalle labbra di roccia.
"Chi sei?" chiese Gigì curiosa ma, inspiegabilmente, non spaventata.
"Sono Gigi, il gigante delle grotte."
"Gigi?! Ma guarda che combinazione: io mi chiamo Gigì!"
"Lo so bene -esclamò soddisfatto il gigante- è proprio per questo che solo tu puoi liberarmi da questa prigione di pietra."
"Non ci capisco niente -esclamò la ragazza- non potresti essere più chiaro e, soprattutto, vorresti spiegarmi come sei finito nella montagna?"
"È una lunga storia. -sospirò Gigi, poi cominciò a narrare. - Un'infinità di secoli fa, io ero il guardiano del passaggio che unisce questo mondo al mondo di Vuf."
"Vuf? Cos'è?" chiese Gigì.
"È un mondo di una dimensione parallela alla vostra. Solo che non è parallelo alla realtà di questo mondo. La longevità degli esseri viventi è enorme, rispetto alla vostra perché il tempo scorre in modo diverso e, mentre qui è la scienza che guida il progresso, su Vuf la vita si regola con quello che voi chiamereste occultismo o magia. Quello che qui è paranormale a Vuf spesso non lo è e, viceversa, quello che qui è normale là sarebbe fantasia."
"Sarebbe strepitoso visitare un posto così!" interloquì la ragazza.
"No, non lo sarebbe per niente. -ribatté il gigante- Pensa a quali conflitti nascono in questo mondo per l'intolleranza tra i popoli, puoi bene immaginarti cosa succederebbe se si trovassero a contatto con la gente di Vuf. D'altro canto neppure quelli di Vuf sono meglio, per questa ragione il Grande Signore di Vuf, che scoprì il passaggio che unisce questi due mondi, mi mise a guardia di esso perché nessuno potesse varcarlo, in un senso o nell'altro, prima che gli uomini di tutte e due i mondi siano maturati a sufficienza. Il passaggio si trova nelle profondità delle grotte e quelle furono la mia dimora per secoli e secoli dei vostri finché, un brutto giorno, il Grande Signore di Vuf si innamorò follemente di Malinda, la giovane, bellissima e, ahimè, spietata ed ambiziosa regina delle streghe della Luna Nera di Vuf. Il Grande Signore la sposò ed in breve lui, che sempre era stato saggio, buono e giusto, divenne cera molle tra le mani della cupida Malinda che gli strappò il potere diventando la temuta ed odiata tiranna di Vuf e giungendo, infine, ad uccidere il suo disgraziato sposo. Ma l'ambizione e la cupidigia di Malinda non hanno freni e quando, frugando tra i libri segreti del Gran Signore, scoprì che esisteva un mondo parallelo a Vuf, decise di impadronirsene ed assoggettarlo al suo potere.
Per sua sfortuna io ero a guardia del passaggio e nessuno poteva valicare il passaggio senza il mio consenso od esautorarmi dal mio incarico, se non colui che me lo aveva affidato cioè il Grande Signore di Vuf o il suo legittimo discendente: forse il figlio che, si dice, abbia avuto la figlia di primo letto del Grande Signore, la principessa Ne era, fuggita dalla corte per sottrarsi alle persecuzioni della perfida regina.
Malinda si trovò preclusa la conquista di questo mondo.
Frustrata e folle di collera la tiranna chiamò allora a convegno tutte le sue uniche suddite legittime, le terribili streghe della Luna Nera di Vuf, ed insieme cercarono un incantesimo che potesse sgomberare la strada alle sue ambizioni. Per sedici giorni e sedici notti le streghe studiarono i tomi di malefici ed antichi libri di magie e oscure profezie, rimanendo rinchiuse nel palazzo del Grande Signore nella città di Cadonia, capitale di Vuf, che per diciassette giorni fu avvolta in gelide tenebre che la luce solare non riusciva a perforare; al diciassettesimo giorno Malinda, manipolando un'antichissima e dimenticata profezia, poté pronunciare il suo incantesimo contro di me: sarei rimasto imprigionato nella montagna delle grotte fino a che, allo scadere dell'ultima notte prima del novilunio dell'ultimo giorno dell'ultimo secolo che il fiume avrebbe impiegato per scavare una valle profonda settecento metri esatti -né un millimetro di più né uno di meno- sarebbe giunta una giovanetta dal nome simile al mio che avrebbe potuto perdermi per sempre, aprendo così le porte di questo mondo a Malinda, o liberare me, e con me tutto Vuf, dai suoi incantesimi."
"Accidenti! -esclamò Gigì- allora sono proprio io quella dell'incantesimo. Che devo fare per liberare te e Vuf?"
"Un momento Gigì -la frenò il gigante- Devi pensare bene prima di accettare questa impresa. Malinda si aspetta il tuo arrivo e, se accetti, si servirà di ogni mezzo in suo potere per fermarti. Non sarà facile vincerla e, del resto, nessuno può assicurarti la vittoria. Devi scegliere fra la tua sicurezza e rischi enormi, forse fatali"
La ragazza fu percorsa da un brivido, ma sollevò coraggiosamente il capo per guardare bene in faccia Gigi mentre rispondeva.
"Ti sbagli: non c'è scelta. Se non libero te e Vuf da Malinda, anche il mio mondo sarà conquistato da lei e io avrei sulla coscienza la tua scomparsa e l'oppressione di milioni di persone. "
"Sì, ma saresti viva e sicuramente umana: Malinda potrebbe anche trasformarti in chissà che."
"È inutile che tu faccia l'avvocato del diavolo -ribatté risoluta Gigì- sono troppo giovane per aver voglia di trascorrere tutta la mia vita con un simile peso sulla coscienza. Mostrami che devo fare per entrare a Vuf."
"Era mio dovere metterti in guardia -rispose Gigi- ma devo ammettere di essere molto soddisfatto della tua coraggiosa scelta. Ora ti mostrerò la strada."
Così dicendo il gigante, davanti agli occhi stupefatti della ragazza, emerse dalla montagna, come un pulcino che si libera del guscio, mentre rocce e terra franavano attorno a lui prima di richiudersi magicamente a sanare la ferita al monte provocata dalla sua uscita.
Come avessero fatto ad entrare nelle grotte senza aprire i pesanti portoni elettrici, né fatto scattare gli allarmi di sicurezza la ragazza non avrebbe saputo dirlo, fatto si è che si ritrovò con Gigi ai piedi di un laghetto sotterraneo che, fino ad allora, aveva ammirato solo dall'alto di un passaggio costruito dall'uomo parecchi metri più sopra. Invece che dall'illuminazione elettrica le grotte rilucevano di una luce morbida che proveniva dalle candide formazioni calciche, mentre la temperatura era sensibilmente più alta dei quattordici gradi usuali.
"Ecco -disse il gigante- questo è il passaggio per Vuf. Io non posso seguirti, il mio compito di guardiano mi relega quaggiù. Quando sarai a Vuf dovrai fidarti solo del tuo istinto e delle voci del tuo cuore, diffida della logica e della ragione, perché di là da questo passaggio logica e ragione spesso seguono strade diverse. Ora vai."
Gigì si guardò attorno nella vana ricerca di un pertugio qualsiasi e trasecolò quando il gigante le disse tranquillamente di tuffarsi nel gelido laghetto.
"Sei impazzito?-protestò energicamente- Morirò congelata."
"Non accadrà, fidati di me." Sogghignò Gigi.
Gigì voleva protestare ancora ma, pensando che in fondo quell'acqua gelida sarebbe sicuramente stata la cosa più innocua che avrebbe dovuto affrontare, si rassegnò al bagno ghiacciato.
Trattenendo il fiato si gettò nell'acqua che, con sua immensa sorpresa, dopo meno di un secondo dal suo impatto divenne tiepida, poi sempre più calda e sempre più stranamente colorata. La sua caduta sembrava non dovere finire mai e la giovanetta si trovò a pensare che l'acqua doveva essere ben più profonda dei tre metri citati dalle guide; si rese anche confusamente conto che non stava più trattenendo il fiato, ma respirava benissimo nonostante fosse sott'acqua. Milioni di bollicine dai colori più fantastici scorrevano turbinando davanti ai suoi occhi, strani ma melodici suoni le riempivano le orecchie, una violenta vertigine si andava impadronendo di lei e minacciava di sommergerla. Poco prima di svenire si rese conto di essere ritornata in superficie con la violenza di un tappo che esplode da una bottiglia di champagne.
Si svegliò lentamente, aprì pigramente un occhio e poi l'altro, stentando a riprendere contatto con quanto la circondava, sbirciò intorno a sé, rendendosi conto di non essere più nell'acqua ma stesa su di un prato circondato da alberi e cespugli fioriti; doveva essere circa l'alba, pensò, perché l'aria era fresca, l'erba bagnata di rugiada e nel cielo di un azzurro rosato salivano due soli appena dorati. . . . oddio, ci vedeva doppio! Richiuse gli occhi e scrollò energicamente la testa prima di riaprirli, inutile: i soli erano sempre due.
"Si può sapere cosa fai?"
Al suono di quella voce inaspettata Gigì si tirò su, mettendosi a sedere, mentre volgeva il capo. Incontrò un paio di brillanti e curiosi occhi blu frangiate da ciglia lunghissime che appartenevano ad uno slanciato ragazzo dalle spalle larghe e dai capelli neri che, vestito solo di un paio di slip umidi, se ne stava seduto a gambe incrociate sotto un albero poco distante.
"Perché scuoti la testa?" chiese ancora lo sconosciuto.
"Ci vedo doppio." Rispose lei.
Il ragazzo guardò a sua volta il cielo prima di rivolgerle nuovamente la parola.
"Capisco, vedere il sole quadruplo può essere fastidioso." Commentò comprensivo.
"Come quattro, ne vedo due e mi pare più che sufficiente." Protestò seccata Gigì.
Il giovane inclinò la testa di lato con aria perplessa.
"Allora perché dici che ci vedi doppio?" Chiese dopo qualche attimo di silenzio.
Gigì fece per rispondere ma si fermò, colta da un dubbio, vuoi vedere che su Vuf di soli ce ne erano due. . . meglio stare nel vago.
"Beh sai. . . è che io... insomma: mi sento un po'sottosopra. Non sono sicura di sentirmi troppo bene."
"Ci credo -concordò lo sconosciuto- a nessuno che sia del tutto in sé può venire in mente di buttarsi nel Lago Proibito, oltretutto vestito, e comunque ti sentiresti anche peggio se a tirarti fuori non fossi stato io ma una guardia del lago. Ti ho vista galleggiare dall'alto di un albero sui cui mi ero arrampicato e sono corso a ripescarti fra un cambio di guardia e l'altro."
"Grazie per averlo fatto. . . . come ti chiami a proposito?"
"Zodi, e tu?"
"Piacere, io mi chiamo Gigì."
I grandi occhi blu si sgranarono per la meraviglia ed il giovane restò a fissarla per qualche istante a bocca spalancata poi, districate le lunghe gambe muscolose, balzò in piedi si infilò alla bell'e meglio i calzoni e la maglietta che giacevano per terra accanto a lui e corse da lei prendendola per un braccio per farla alzare.
"Accidenti, tagliamo la corda, sbrigati!" Gridò strattonandola.
"Ma dico -protestò la ragazza- sei matto, che ti prende?"
"Svelta -incitò Zodi- siamo ancora troppo vicini ai posti di guardia, bisogna che ci allontaniamo se non vogliamo rischiare la cattura."
Gigì, costretta a correre suo malgrado dalla mano che le serrava forte il braccio, lo sbirciò diffidente "Cosa hai combinato per essere ricercato dalle guardie?" chiese.
Zodi si bloccò di scatto e le si mise di fronte afferrandola per le spalle e guardandola diritto negli occhi.
"Possibile che tu non sappia nulla del divieto?"
"Non so nemmeno di che cosa parli, e tieni giù le mani brutto scimmione." Si ribellò lei.
Il giovane ubbidì alla richiesta ma continuò a scrutarla attentamente.
"Mah, pare che tu non lo sappia davvero e che tocchi a me informarti."
"Informarmi di che, accidenti!" Strillò Gigì fuori dai gangheri.
"Nessuno su Vuf può portare il nome di Gigi o di Gigì, pena la morte." Scandì Zodi.
A quelle parole la ragazza impallidì visibilmente barcollando, il giovane la sostenne prontamente guardandola preoccupato.
"Stai bene?"
"Sì, sì. . . io non lo sapevo, questo Gigi non me l'aveva detto." Mormorò la giovane.
"Gigi. . . il gigante ?" Chiese Zodi.
"Proprio lui." confermò Gigì.
"Non ci posso credere -borbottò lui- sei proprio la ragazza della profezia."
"Quale profezia?"
"La Grande Profezia." Rispose Zodi, poi proseguì spiegandole che moltissimi secoli addietro la perfida Malinda aveva proibito in perpetuo a tutte le genti di Vuf, pena una morte atroce, che fosse imposto il nome di Gigi o Gigì, uguale sorte sarebbe toccata a chi avesse osato bagnarsi o anche solo avventurarsi sulle rive del lago da cui lui l'aveva ripescata e che, appunto per quella ragione, la gente aveva preso a chiamare il Lago Proibito; nessuno avrebbe capito il perché di queste proibizioni se la Somma Profetessa della città di Fro, roccaforte della resistenza contro Malinda, non avesse avuto la visione che spiegava l'enigma: dal fondo le Lago Proibito, al di là del quale era prigioniero il gigante Gigi già posto dal Grande Signore a guardia di un mondo misterioso, sarebbe giunta una giovane, chiamata Gigì, che avrebbe scoperto lo Scettro in Ballorah e liberato il suo potere, poi insieme avrebbero combattuto la perfida Malinda ma l'avrebbero vinta solo se la Ragazza e lo Scettro avessero bruciato della Fiamma della vita.
"Molto suggestivo -commentò Gigì alla fine del racconto- Ma in parole povere cosa vuole dire?"
"Qui sta il difficile -rispose Zodi- Fino ad ora nessuno è riuscito a spiegare la Grande Profezia. Perlomeno nessuno ha capito cosa deve fare questa misteriosa Ragazza per liberare Vuf e cosa sia questo Scettro in Ballorah. Ora è chiaro che la Ragazza sei tu, ma è anche lampante che ne sai meno di noi."
"Ci puoi giurare - assentì vigorosamente la ragazza- non so neanche cosa sia Ballorah."
"È un piccolo villaggio non troppo distante da qui io, che ci sono nato e vissuto, non ho la minima idea di cosa sia lo Scettro però può darsi che tu, una volta là, lo riconosca subito."
"Sì, magari con la bacchetta magica!" ironizzò Gigì.
Zodi alzò una mano nell'aria e fra le sue dita si materializzò una sottile bacchetta, d'un misterioso materiale azzurro e luminescente, che subito le porse.
"Puoi utilizzare la mia -le disse premuroso- ma non credo che servirà a molto per la ricerca dello Scettro, perlomeno non è mai servita in tutti questi secoli ma tu sei una persona speciale, può darsi che con te serva."
Gigì lo guardava allibita, senza sapere cosa rispondere. Evidentemente su Vuf le bacchette magiche erano comuni quanto i telecomandi sul suo mondo e, altrettanto ovviamente, il suo nuovo amico sapeva benissimo come usarla ma per lei era un vero mistero; doveva dirglielo a costo di scadere nella sua opinione, non era troppo igienico lasciargli pensare di avere i suoi stessi poteri. Con un sospiro cominciò a raccontare al ragazzo come si fosse trovata immischiata in quella storia e quanto fosse diverso il suo mondo da Vuf; alla fine del racconto era Zodi ad essere a dir poco esterrefatto.
"Per la barba del mago! -esclamò- Se le cose stanno così mi sa che tu su Vuf sei più indifesa di un neonato, da sola le guardie ti individuerebbero in meno di una giornata, credo proprio che dovrò restare con te."
Ben contenta di ciò Gigì lo ringraziò e fece per avviarsi a piedi lungo la strada, ma Zodi la fermò e lanciò in aria la bacchetta magica che si fermò a mezzo metro dal suolo e si allungò ed allargò, diventando una specie di comodo sedile che, appena loro si furono accomodati, partì seguendo la direzione della mano tesa di Zodi.
La ragazza, che andava abituandosi alle stranezze, chiese al giovane se tutti avessero una bacchetta magica e potessero vivere di magie e sortilegi, venne però a sapere che anche su Vuf si lavorava e che le bacchette magiche erano comprate: ce ne erano da tutti i prezzi, da quelle che si compravano ai supermercati, a quelle sofisticate e preziose che solo un élite con avanzatissimi poteri magici e conseguenti ricchezze poteva acquistare e, soprattutto, sapeva usare. Da questo la ragazza apprese che i poteri magici non erano gli stessi per tutti e che, come la informò Zodi, la classe dirigente sarebbe dovuta essere formata dai cosiddetti Maghi del Potere, la famiglia a cui apparteneva il Grande Signore e il cui discendente avrebbe dovuto governare dopo di lui, nessuno sapeva dove fosse perché si nascondeva alla perfida Malinda o, forse, ella stessa lo aveva fatto uccidere.
Mentre viaggiavano il ragazzo le raccontò molti usi e costumi di Vuf, il che permise a Gigì di comprendere che, al di là di tutti gli usi e le magie per lei inconsuete, in fondo la gente su Vuf era uguale a quella di casa sua; c'erano gli intelligenti e gli sciocchi, i ricchi ed i poveri, i furbi ed i semplici, gli onesti ed i disonesti e, soprattutto, c'erano i buoni ed i malvagi.
Quando si incominciarono a vedere in lontananza le prime case di Ballorah, Zodi le chiese di scendere e fece sparire precipitosamente la bacchetta magica.
"Perché dobbiamo proseguire a piedi?" Chiese meravigliata Gigì.
Zodi parve molto imbarazzato ed esitava a rispondere, poi si decise.
"Ecco. . . vedi, in verità io ho usato una bacchetta che non dovrei avere."
"L'hai rubata?" esclamò scandalizzata la ragazza.
"Accidenti, no! - protestò offeso Zodi- Il fatto è che, anche se naturalmente ho una bacchetta di uso corrente, quella che ho adoperato ora è una di quelle che solo i più grandi maghi sanno usare anzi, per quanto ne so io, è addirittura unica. Non so da dove provenga: è antichissima, appartiene alla mia famiglia da secoli; mia madre me la consegnò molto tempo fa raccomandandomi di non dire che la possedevamo finché non fosse finito il regno della maledetta regina, e che in seguito me ne avrebbe spiegato il perché. Non fece a tempo a dirmelo: poco dopo fu catturata assieme a mio padre ed uccisa dalle guardie della regina."
Gigì lo guardò compassionevolmente "Perché uccisero i tuoi genitori?" chiese.
"Facevano parte dei capi di coloro che cercano di contrastare il regno di Malinda. -spiegò lui- Si tratta di gente coraggiosa, che rischia ogni giorno per cercare almeno di alleviare le tribolazioni di chi soffre per le prevaricazioni di Malinda e dei suoi accoliti."
"Se non dovevi mostrare a nessuno la tua bacchetta magica fino alla sconfitta della strega, perché lo hai rivelato a me?" Chiese incuriosita la giovane.
"Tu mi sei simpatica, era logico che te lo dicessi!"
Quella a Gigì pareva una logica molto bizzarra ma, ricordandosi che quello era un mondo assai diverso dal suo, non obiettò nulla e lo seguì in silenzio dentro Ballorah. Osservò divertita il viavai di pedoni e di buffi autoveicoli che andavano, come le spiegò Zodi, a bassa magia, ovverosia solo chi possedeva una bacchetta magica sofisticata riusciva ad andare ad alta velocità. Il tutto era regolato da creaturine alate che, sedute comodamente a mezz'aria, fermavano magicamente il traffico poi lo rimettevano in movimento schioccando le dita. Le massaie entravano ed uscivano dai negozi per fare acquisti ma, e qui stava il bello per Gigì, non avevano nessun bisogno di portare la spesa perché le loro rigonfie sporte le seguivano come cagnolini obbedienti. Sarebbe rimasta per ore a guardarsi attorno, ma Zodi aveva fretta di condurla al luogo dove si riunivano in segreto i nemici di Malinda, che lui aveva convocati per conoscerla. Strabiliata Gigì gli chiese come avesse fatto a convocarli, visto che erano stati sempre insieme, e venne a sapere che si era servito della telepatia che gli permetteva di prendere contatto mentalmente e colloquiare con chiunque volesse; questo potere, spiegò Zodi, era molto raro anzi, per dirla tutta, lui non aveva mai conosciuto altri che sua madre con questo potere, così per sicurezza aveva messo a conoscenza solo una sua carissima e fidata amica del fatto che lui era un telepata: si era messo in contatto con questa ragazza e lei aveva trasmesso la chiamata agli altri. Che il ragazzo avesse una carissima amica, chissà perché, indispettì Gigì che, tuttavia, non mancò di notare che era la seconda particolarità che Zodi aveva in più della maggioranza dei suoi conterranei; lui non sembrava darvi molto peso, ma rendeva assai perplessa Gigì, le sembrava che tutto ciò significasse qualcosa di capitale importanza però non riusciva a capire esattamente cosa.
La riunione si teneva in una stanza nel retro di quello che Gigì ritenne essere una specie di fast food, per entrare i congiurati dovevano pronunciare una complicatissima formula magica, che serviva da parola d'ordine per aprire una porta in un muro. . . completamente liscio.
Quando i due giovani fecero il loro ingresso le teste di quella che alla ragazza parve una vera folla, si volsero a guardarla con curiosa aspettativa però nessuno si permise di parlare prima che Zodi avesse preso la parola e spiegato chi fosse lei.
Tanto rispetto per un ragazzo che doveva avere al massimo quattro o cinque anni più di lei stupì Gigì che, a bassa voce, ne chiese la ragione all'avvenente brunetta -l'amica di Zodi- che li aveva accolti sorridente. Venne così a sapere che, nonostante non potesse avere più di venti o ventidue anni, il ragazzo era il capo dei congiurati di Ballorah a causa delle sue incredibili doti di intelligenza, saggezza, furbizia, strategia e d'indomito coraggio che superavano di gran lunga quelle di tutti gli altri.
Altre qualità speciali!
Gigì sentiva di essere ad un passo dal mettere a fuoco quel qualcosa che la tormentava da un po'. Forse ci sarebbe riuscita se, proprio sul più bello, non fosse stata interrotta dalla voce di Zodi che la chiamava e dalla lieve impazienza della sua voce capì che non era la prima volta.
"Scusami, ero distratta -s'affrettò a dire- cosa c'è?"
"Ho deciso -disse Zodi- anzi, abbiamo deciso che è il caso di portarti a Fro dalla Somma Profetessa, è lei che sovrintende tutti i gruppi di resistenza e ci sembra doveroso informarla del tuo arrivo."
La ragazza era perfettamente d'accordo con loro e, in men che non si dica, si trovò in viaggio per Fro con Zodi e Dela, la brunetta sua amica.
"È qui!"
L'urlo di Malinda fece tintinnare tutti i vetri del palazzo e sussultare di spavento gli innumerevoli esseri, al servizio della maga, che lo popolavano.
Cesco -lo stregone, di incredibile prestanza fisica, con cui la perfida regina aveva prontamente rimpiazzato il Grande Signore- abbandonò i suoi astrusi studi e si precipitò da lei.
"Che succede, mia regina?" Domandò schivando a stento le scintille infuocate e le scariche elettriche che si sprigionavano dall'inferocita Malinda.
"La profezia si sta avverando: la ragazza chiamata Gigì è giunta su Vuf." Ringhiò in risposta la rabbiosa strega.
"Non è possibile -osò controbattere Cesco- le tue spie non ne hanno parlato nel loro rapporto mattutino."
Gli occhi di Malinda fiammeggiarono di luce verdastra mentre artigliava alla gola con le mani dalle lunghissime, e pericolose, unghie laccate di viola il malcapitato imprudente.
"Come ardisci tu, miserabile illusionista, mettere in dubbio quello che dico? La ragazza è in Vuf. Se gli stupidi vampiri che fanno da spie non avessero, come al solito, passato la notte a bere attaccati al collo di qualche verginella se ne sarebbero potuti accorgere benissimo."
"Lasciami, mi stai soffocando." Biascicò a stento Cesco, cianotico in volto.
"Hai avuto la faccia tosta di contraddirmi e speri di sopravvivere? "
"Perdono, pietà: giuro che non lo farò mai più." Ansimò l'uomo, ormai allo stremo.
Malinda allentò la presa quel tanto da permettergli di parlare un po'più chiaramente.
"Lo sai chi sei tu?" Gli sibilò sul viso col tono di chi dice una cosa lungamente ripetuta.
"Io sono il tuo schiavo - si affrettò ad articolare il malridotto Cesco- il tuo tappeto, il tuo giocattolo."
"Bene -approvò la strega soddisfatta- vedi di non scordarlo un'altra volta. Non sarò più così clemente." Gli tolse le mani dal collo, pulendosi sulla sua camicia le dita sporche del sangue che gli colava dalle ferite sul collo.
Tossendo convulsamente per l'aria che gli bruciava i polmoni e la gola doloranti, Cesco maledisse la propria dabbenaggine e la perfida Malinda, che celava una forza ed un carattere infernali sotto la sua fragile e strepitosa bellezza, maledisse il giorno lontano in cui, solo e con il cuore afflitto da una pena che nascondeva a tutti, si era lasciato irretire dalla commovente bellezza della regina vedova, della quale nessuno sospettava ancora l'iniquità, con l'assurda e romantica speranza di dare consolazione alle loro rispettive solitudini. Quanto aveva fatto presto a scoprire tutto l'orrore che nascondeva quella donna! Se ne sarebbe andato già da un pezzo se quella perfida strega glielo avesse permesso, purtroppo l'aveva legato a sé con un incantesimo che si sarebbe sciolto solo con la scomparsa della stessa Malinda. Scrollando le spalle con amara rassegnazione, lo stregone si spolverò i calzoni, ravviò i capelli neri spettinati e, data un'occhiata disgustata alle tracce di sangue che l'imbrattavano, si tolse la camicia gettandola in un angolo lontano rimanendo a torso nudo.
Malinda che, riaffermato il suo potere assoluto su di lui, si era già dimenticata l'episodio cruento, per lei del tutto irrilevante, gli fece cenno di venire accanto a lei.
"Guarda." Gli disse indicando una piramide conica in ossidiana, alta due metri e quasi altrettanto larga, che sbucava diagonalmente dal pavimento.
Cesco fissò lo sguardo sul sinistro monolito che cominciò a palpitare in mille cupi colori fino a diventare traslucido, permettendo di vedere al suo interno una serie di immagini che, una volta a fuoco, si rivelarono essere la veduta del villaggio di Ballorah, attorno a cui si formò lentamente un alone argenteo che, però, solo i due che scrutavano nel monolito potevano scorgere.
"Per tutti i satanassi! -esclamò Cesco- Quello è l'Anello dell'Antico Potere di Vuf."
"Proprio così -assentì la regina- Significa che la ragazza è arrivata in Vuf dando così l'avvio alla riscossa della famiglia dei Maghi del Potere."
"Ma allora non li avevi sterminati tutti!" Non seppe trattenersi dal dire lo stregone, celando a malapena la soddisfazione.
"Come avrei potuto? Solo un Mago del Potere può riconoscere uno della sua stessa famiglia, a meno che uno di loro non si scopra esibendo poteri superiori a quelli comuni. Quelli che l'hanno fatto ho potuto farli uccidere, ma siccome è stato troppo facile sospetto che nessuno di loro fosse il diretto discendente ed erede del Grande Signore. Quello che mi rassicura, per ora, è che anche la Ragazza della profezia non l'ha trovato."
"Come fai a dirlo?" Chiese stupito Cesco.
"Stupido! -l'insultò sprezzante Malinda- Non hai notato il colore dell'Anello?"
"È vero! -esclamò l'uomo- L'anello è color argento invece che oro."
"Infatti, e questo può solo voler significare che la ragazza non ha trovato ancora lo Scettro o questo, qualsiasi maledettissima cosa sia, l'avrebbe condotta dall'erede del Gran Signore."
"Che farai ora?"
"Ordinerò la completa distruzione di Ballorah e lo sterminio di tutte le sue abitanti al disopra dei quattordici anni e al di sotto dei venti; non conosco l'età precisa della ragazza, ma secondo gli antichi libri non può essere né più giovane né più vecchia."
Cesco rabbrividì d'orrore alla sola idea dell'eccidio di tante giovani ma, ben conscio che qualunque sua protesta non sarebbe servita ad altro che ad incattivire quel mostro che lo teneva praticamente schiavo, tentò solo un'obiezione.
"Come fai ad essere sicura che il suo aspetto sia uguale a quello di un'adolescente di Vuf: il tempo scorre diversamente sul mondo della ragazza Gigì."
"Certo -assentì Malinda- ma l'effetto del tempo su un individuo è uguale sia su Vuf sia su quel mondo. Però, ora che è venuta su Vuf, quella ragazza invecchierà secondo lo scorrere del nostro tempo. Bene: ci penserò io a non lasciarle il tempo d'invecchiare, parola mia." Promise minacciosa Malinda chiamando a raccolta gli scellerati capi della sue malvagie truppe.
Fro distava da Ballorah almeno quanto Roma da Parigi e, non potendo servirsi che di bacchette a bassa magia, Zodi, Dela e Gigì erano giunti dalla Somma Profetessa nel tardo pomeriggio di due giorni dopo (Gigì aveva calcolato che, secondo il suo orologio terrestre, sul suo mondo erano invece trascorsi quasi quindici giorni!). Subito ricevuti dalla Somma Profetessa, i ribelli avevano passato ore a discutere in quale maniera Gigì avrebbe potuto far avverare la Grande Profezia ed era già notte quando, finalmente, si sedettero a tavola.
Fra una pietanza e l'altra gli autoctoni continuarono a discutere, sempre ignorando la diretta interessata tanto che questa cominciava ad averne veramente abbastanza e stava per perdere la pazienza ed intervenire in malo modo, quando improvvisamente Zodi lasciò cadere la forchetta sul piatto e, sbiancato in volto, si alzò di scatto.
"Che succede, ragazzo mio?" Chiese stupita la Somma Profetessa interrotta a metà di una parola.
"Le guardie di Malinda stanno uccidendo tutte le ragazze di Ballorah dai quattordici ai vent'anni e quanti cercano di contrastarli. La maledetta regina ha saputo dell'arrivo di Gigì." Rispose con voce strozzata Zodi.
"Che diavolo ti viene in mente ?!"protestò seccata l'anziana donna
"E stanno distruggendo tutto il villaggio. -continuò Zodi senza darle ascolto- È orribile, ci sono fiamme ed esplosioni, gente che fugge gridando e genitori che cercano di strappare inutilmente le proprie figlie alla furia scatenata di quei macellai. I morti sono ormai decine."
"I miei genitori!" Gridò Dela scattando in piedi a sua volta.
"Stai tranquilla, sono salvi." La rassicurò subito il giovane.
"Ora basta! - sbraitò la Somma Profetessa- Questa è pura isteria Zodi, la tua fantasia ti sta giocando un brutto scherzo."
Non aveva neppure finito di parlare che parecchie persone in divisa entrarono correndo per informare la Somma Profetessa che i ribelli di Ballorah avevano segnalato, prima che fossero bruscamente interrotte le comunicazioni, una cruenta incursione delle forze reali contro il villaggio.
La donna sgranò gli occhi fissando a bocca aperta Zodi.
"Stanno radendo al suolo il villaggio ed uccidendo tutte le ragazze dai quattordici anni ai venti." Balbettò poi, rivolta agli ufficiali.
"Somma signora -obiettò quello col grado più alto- questo non possiamo saperlo: le comunicazioni sono state interrotte subito dopo l'avviso dell'incursione."
"Noi non lo sappiamo, ma lui sì -rispose la Somma Profetessa indicando Zodi- Come hai fatto?"
Il ragazzo stropicciò i piedi, guardandosi attorno nervosamente; non avrebbe voluto rivelare pubblicamente il suo potere di televeggenza (di cui prese nota mentalmente Gigì, aggiungendolo agli altri di cui era a conoscenza), ma il suo turbamento era stato tale nel vedere le agghiaccianti immagini che non era stato in grado di trattenersi.
Fortunatamente per lui la Somma Profetessa si sovvenne che nella distruzione di Ballorah poteva andare distrutto anche il misterioso Scettro e, con un grido, esternò il suo pensiero.
Il panico dilagò e si scatenò un pandemonio finché Gigì non lanciò un acutissimo "Silenzio!" che sovrastò il rumore facendoli azzittire tutti di colpo e volgere verso di lei.
"Vogliate scusarmi -disse la ragazza agli attoniti astanti- Ma lo Scettro è perfettamente al sicuro, perché Zodi è lo Scettro."
"Cosa?! -Tuonò l'interessato- Ma dai i numeri, perché mai dovrei essere io lo Scettro?"
"Già, perché dici questo, Ragazza della profezia?" Chiese a sua volta la Somma Profetessa.
"Perché -rispose sicura Gigì- Zodi è il legittimo erede del Grande Signore, il figlio della principessa Ne era, lo Scettro, appunto, destinato per diritto e per legge a governare Vuf."
"Un momento -obiettò la donna- Il Grande Signore possiede doti che nessun altro, nemmeno nella stessa famiglia dei Grandi Maghi, possiede."
"Queste doti Zodi le ha. -replicò la ragazza- La principessa sua madre gli ha imposto di nasconderle a tutti e, purtroppo, è stata uccisa dai soldati di Malinda prima di potergli spiegare il perché del suo divieto. Per questo neppure lui sapeva chi è realmente."
"Ragazzo, quali sono questi tuoi poteri straordinari?" Chiese la Somma Profetessa rivolgendosi direttamente al presunto neo-Grande Signore.
Per quanto molto dubbioso Zodi cominciò a dare le spiegazioni richieste. Si erano accorti personalmente, disse, de suo potere di vedere a distanza quel che accadeva in qualsiasi posto desiderasse inoltre, aggiunse, possedeva il dono della telepatia. Dela confermò prontamente quanto egli aveva detto, spiegando che da anni il giovane si serviva della telepatia per trasmettere le informazioni e gli ordini che lei doveva comunicare al gruppo di resistenza che, come tutti sapevano, era comandato da lui. A questo punto la Somma Profetessa ammise che, pensandoci bene, era molto strano che un giovane della sua età avesse simili incredibili doti di capo. Gigì intervenne ancora parlando, come prova decisiva, della bacchetta magica lasciatagli dalla madre con l'ordine di tenere ben occultata anche quella. La Somma profetessa esortò Zodi a mostrarla a tutti loro.
Il giovane agitò la mano nell'aria e tra le sue dita apparve la luminosa bacchetta azzurra che solo Gigì aveva potuto vedere in precedenza.
Uno stupefatto mormorio percorse gli astanti, tutti avevano riconosciuto la bacchetta magica del Grande Signore.
"Posso garantire per esperienza diretta che quella bacchetta obbedisce ai suoi ordini." Proclamò a gran voce Gigì e, per avallare la sua dichiarazione, Zodi si affrettò a tracciare con la bacchetta un segno nell'aria ed immediatamente una delle pareti dell'enorme stanza divenne traslucida e mostrò le immagini della distruzione in atto a Ballorah
"Questo -spiegò il giovane ai raccapricciati e stupefatti presenti- È quanto io ho visto con gli occhi della mente."
"Chiedo perdono - intervenne un anziano ufficiale di altissimo grado- Ma i miei molti anni mi hanno insegnato a diffidare. Chi ci dice che il giovane Zodi sia veramente il Grande Signore? In fondo la bacchetta magica potrebbe essere stata in possesso di sua madre per mille, legalissime, ragioni diverse e chiunque appartenga alla stirpe dei Maghi del Potere potrebbe forse usarla."
Un mormorio agitato percorse la sala ma, prima che potessero scoppiare serie discussioni e divergenze, la Somma Profetessa intervenne esortandoli a non accapigliarsi per una cosa che poteva essere facilmente provata. Se avesse potuto, continuò l'anziana donna, avrebbe provato elle stessa la bacchetta magica, ma apparteneva alla stirpe dei Profeti e non a quelle dei Maghi del Potere, quindi si volse ad una giovane che indossava la divisa di ufficiale dei ribelli chiamandola principessa Virgia. Si trattava di uno dei pochi sopravvissuti della sacra stirpe, avrebbe dovuto provare lei ad usare la bacchetta azzurra: se ci fosse riuscita sarebbe stato dimostrato che il gran generale Ubs aveva ragione, in caso contrario sarebbe stata inconfutabilmente provata la vera identità del giovane Zodi.
La principessa accettò di provare la bacchetta anche se, come dichiarò apertamente, personalmente pensava che quello che aveva detto la Ragazza della profezia fosse vero. Si avvicinò a Zodi e, inchinatasi dinanzi a lui, chiese il permesso di toccare la bacchetta magica. Con gesto inconsciamente regale Zodi consegnò la bacchetta magica alla giovane donna che tentò inutilmente più volte di afferrarla: il bastoncino dalla misteriosa luce azzurra svaniva tra le sue dita per riapparire immediatamente tra quelle di Zodi. All'ennesimo tentativo infruttuoso Virgia lasciò perdere e, ignorando gli attoniti presenti, piegò un ginocchio davanti al giovane chinando la testa ed esclamando:
"Onore a te, Grande Signore di Vuf."
"Onore a te, Grande Signore di Vuf." Ripeté la Somma Profetessa inchinandosi anch'essa davanti a Zodi, seguita da tutti gli astanti.
Subito fu un tripudio di gioiose esclamazioni, di manifestazioni di felicità, di pacche sulle spalle e calorosi abbracci.
Gigì vide Zodi che, tutto sorridente, faceva sollevare Virgia per poi abbracciarla con un entusiasmo che, anche tenendo conto della situazione, le parve eccessivo ma, come se non bastasse, il ragazzo si volse poi a Dela e la baciò sulla bocca in un modo che a Gigì parve addirittura indecente. Subito si diede della sciocca: Dela era la sua ragazza, perché mai non avrebbe dovuta baciarla anche se avevano un folto pubblico!
"Sei molto silenziosa, Ragazza della profezia - mormorò una voce maschile al suo orecchio- e noi molto maleducati."
Gigì sussultò voltandosi di scatto e si trovò a fissare un paio di sorridenti occhi nocciola.
"Prego?"
"Intendevo dire -spiegò lo sconosciuto- che ci siamo affrettati a gioire ed a congratularci fra di noi, osannando il nostro nuovo Grande Signore senza ricordarci a chi dovevamo questo gioioso ritrovamento. Mi permetto di ringraziarti infinitamente a nome di tutti Gigì. . . posso chiamarti Gigì?"
"Oh sì, certamente e non c'è proprio nulla da ringraziare, la mia è stata una semplice deduzione logica. . ." si interruppe, non sapendo come chiamarlo.
"Il mio nome è Bino ." La informò lui, comprendendo al volo il perché della sua esitazione.
Notando che era in divisa la ragazza gli chiese che grado avesse.
"Nessuno. -rispose lui sorridendo- Io non sono un grande mago i miei poteri sono irrisori, si può dire che quasi non ne ho, quindi sono solamente un soldato semplice delle truppe ribelli. Ci vogliamo anche noi per combattere, sai!"
Gigì assentì, così felice di aver finalmente incontrato una persona qualunque come lei (beh ...quasi come lei) da dirlo apertamente al giovane. Bino si fece una bella risata e le posò una mano sulle spalle scrollandola gentilmente.
"Non mi pare proprio che tu sia tanto comune, -puntualizzò- se sei stata prescelta dalle Potenze Soprannaturali per trovare il Grande Signore e liberarci da Malinda."
Gigì era molto lusingata dal suo apprezzamento: tutto sommato poteva fare anche a meno della gratitudine di quel...quel bellimbusto di Zodi! Parlando della profezia la ragazza si sovvenne improvvisamente che vi si diceva che, una volta scoperto lo Scettro, avrebbe dovuto combattere al suo fianco, ma lei non aveva idea di come le combattevano le loro guerre. Forse a colpi di bacchetta magica? Lo chiese a Bino perché, se era così temeva che ci sarebbe stato un grosso ostacolo, lei non sapeva neanche come si tiene in mano una bacchetta! Il giovane la rassicurò che, come aveva già detto, la maggioranza degli abitanti di Vuf era gente qualunque, sia dalla parte loro sia da quella della maledetta regina, quindi si combatteva con armi usuali. Così dicendo indicò con una mano una panoplia appesa al muro che Gigì fissò esterrefatta: armi così antiquate le aveva viste solo nei musei medioevali!
"Non è possibile." Balbettò sbigottita, e spiegò a Bino che per lei quella armi erano antidiluviane: archi, spade, magli, mazze, pugnali e scuri sulla Terra non si usavano più da un'infinità di tempo. Il giovane la guardò perplesso e scosse la testa stringendosi nelle spalle. Da loro non c'erano che quelle, non sapeva proprio che dirle, poi, incuriosito le chiese che cosa usavano sul suo mondo come armi e Gigì, per quanto non s'intendesse per nulla di armi, sciorinò una sfilza di nomi: mitragliatrici, fucili di tutti i tipi, bazooka, lanciafiamme, lanciarazzi, missili, bombe telecomandate...una quantità di roba oltre, naturalmente, agli aerei, i carri armati, le navi da guerra ed i sottomarini.
"Mai sentiti nominare. -affermò Bino- Non potresti darmi un'idea di come sono?"
"Proverò, se hai un foglio ed una matita te li schizzo." Acconsentì la ragazza ed il servizievole ed incuriosito Bino si affrettò a procurarle quanto richiesto così, pochi minuti dopo, i due erano seduti ad un tavolo in fondo al salone e confabulavano tra loro, ignorati dal resto dei presenti che s'affannavano attorno a Zodi progettando e scartando piani di guerra.
Incredulo Bino guardava gli schizzi delle macchine da guerra terrestri che nascevano dall'abile mano di Gigì che, essendo una studentessa d'arte, era più che a suo agio con una matita tra le dita.
"Scusa -chiese ad un certo punto il giovane non riuscendo più a trattenersi- ma, sul vostro mondo, passate il tempo ad ammazzarvi fra di voi?"
Sorpresa ed un po'seccata lei sollevò il capo dal sottomarino che stava disegnando e rispose per le rime.
"Né più né meno di quello che fate voi, se non mi sbaglio sono finita qui proprio per questo. Del resto perché credi che il precedente Grande Signore abbia posto Gigi a guardia del passaggio fra i nostri mondi: siamo due razze ancora troppo litigiose per incontrarci, finiremmo per scannarci."
"Sì -approvò lui- e credo proprio che, nonostante la magia che possediamo, le vostre armi ci darebbero del filo da torcere, tanto per usare un eufemismo. Vorrei proprio vedere cosa possono combinare quando sono usate."
Gigì rabbrividì al ricordo di quello che si vedeva durante i telegiornali e nei documentari di guerra e, istintivamente, afferrò le mani del ragazzo.
"È tremendo quello che possono fare, Bino."
I due giovani sentirono improvvisamente che accadeva qualcosa di strano, era come se un canale si fosse aperto tra le loro menti trasmettendo le immagini di guerra e distruzione ricordate dalla ragazza all'affascinato e stupito giovane ribelle.
"Come hai fatto?" Bisbigliò incredulo fissando Gigì negli occhi.
"Oddio, non lo so davvero -rispose lei- mi è capitato qualche rara volta di avere un fugace lampo di telepatia con mia madre, si sa che con i consanguinei può capitare qualche volta, non mi era però mai successo con nessun altro. Evidentemente nel venire sul vostro mondo mi è capitato qualche cosa."
"Qualcosa di bello, direi. Ti prego, fammi vedere altre immagini del tuo mondo. Immagini di pace, se è possibile."
Affascinata dalla prospettiva di riprovare quella strana sensazione Gigì acconsentì prontamente e, concentratasi, trasmise a Bino le immagini dei paesaggi, delle città e dei capolavori del suo Paese natale.
Era inevitabile che l'onda telepatica alla fine fossa captata anche dall'unico altro telepatie presente; fu così che Zodi, stupito da quelle vibrazioni di rimbalzo che gli erano giunte, s'azzittì bruscamente e di conseguenza, a poco a poco, tutti s'azzittirono attorno a lui.
Seguendo il gelido sguardo blu del Gran Signore la folla s'aprì ed i due seduti al tavolino con le mani nelle mani e gli occhi negli occhi, si scossero dalla loro concentrazione sussultando, disturbati dall'improvviso e profondo silenzio.
Zodi, inspiegabilmente oltremodo indispettito da quello che pareva il tubare di due piccioncini innamorati, s'avvicinò rapidamente e fissò corrucciato Bino, che si era rispettosamente alzato in piedi al suo giungere.
"Come fai tu, soldato semplice, ad essere un telepate?" Gli domandò bruscamente con minaccioso sospetto.
"Non sono telepate, mio signore." Negò prontamente il soldato.
"Non mentire uomo! -tuonò Zodi, molto compreso del suo nuovo ruolo- Ho captato l'onda telepatica fra te e questa femmina"
Femmina! Gigì schiumava di rabbia, quel pallone gonfiato parlava di lei come di un'entità trascurabile o di una sempliciotta capitata per caso: ma chi si credeva di essere? se non era per lei sarebbe stato ancora a giocare a guardie e ladri col suo gruppetto di ribelli, in attesa del fantomatico Scettro. Decise quindi di intervenire prima che quel prepotente strapazzasse ulteriormente il suo nuovo amico.
"Sono io che trasmettevo telepaticamente, non lui."
Zodi si voltò verso di lei fissandola con i grandi occhi blu dilatati dallo stupore.
"Tu? Perché non mi hai detto di essere telepate?"
"Non me l'hai chiesto." Rispose sostenuta, dando una piccola stretta alla mano di Bino, ancora allacciata alla sua, per comunicargli di tenerle il gioco.
Il lieve movimento attirò lo sguardo del Grande Signore che con fiero cipiglio le comandò perentoriamente di lasciare la mano del soldato.
"Questa poi! -sbraitò la ragazza- Io faccio quello che mi pare, caro mio, se mi va di tenere per mano Bino lo tengo e non mi faccio certo comandare da te, razza di prepotente."
"Orrore! Sacrilegio!" Tuonò a quel punto la Somma Profetessa dando voce alla indignazione generale. "Ragazza, tu dimentichi con chi stai parlando."
"Non dimentico un bel niente -rimbeccò l'irata Gigì- siete voi e lui che dimenticate che io non appartengo a Vuf. Per me il vostro Grande Signore non è un accidente di niente e me ne infischio delle sue auguste ire. -Si volse, ormai inviperita, al diretto interessato- E tu, carissimo Scettro, dimentichi che se non era per me eri ancora a fare il clandestino al tuo villaggio che, per inciso, mentre voi state qui a magniloquiare sta andando a fuoco con tutti quelli che ci sono dentro. Saranno povera gente, ma nel mio mondo, per quanto marcio ci sia, si usa soccorrere gli innocenti che sono massacrati. E per concludere, visto che tu, Grande Signore dei miei stivali, adesso che sei pappa e ciccia con tutta questa élite di nobili maghi non hai bisogno di me, io me ne torno al mio mondo. Tanti saluti a tutti e auguri di figli maschi a te ed a tutte le belle donzelle con cui stai flirtando, così avrai un bel po'di figli da dare alla Patria."
Voltò le spalle all'ammutolito Zodi e s'avviò a passo di carica verso l'uscita fra l'attonito stupore generale.
"Aspetta!" Gridò Bino rincorrendola fin nell'atrio e riuscendo a raggiungerla mentre attraversava la porta.
"Non puoi andartene ora: la profezia dice che per vincere Malinda lo Scettro ha bisogno di te al suo fianco per combattere."
"E bruciare con lui della Fiamma della vita. -terminò irata Gigi- Ma neanche morta, guarda!"
"Neanche cosa?" chiese perplesso Bino.
"Perdinci, ma la magia vi ha atrofizzato il cervello a tutti su questo mondo. -sbuffò lei di rimando camminando di passo svelto lungo il viale di uscita seguita dal trotterellante soldato. "Èovvio che bruciare della Fiamma della vita vorrebbe dire che Zodi ed io ci dovremmo innamorare. "
Bino si fermò improvvisamente, non riuscendo ad emettere che un oh! di meraviglia.
"Oh! -gli fece il verso lei- Ci sei arrivato finalmente? Ora, va bene sacrificarsi per una buona causa, ma qui si esagera. Quello che dovevo fare l'ho fatto, vedete voi di arrangiarvi con tutta la vostra magia, perché io non intendo scarificami al punto di entrare nell'esercito delle donne del vostro stimatissimo Grande Signore."
"Nessuno te l'ha chiesto."
Gigì sobbalzò scostandosi da Zodi, magicamente apparso accanto a lei.
"E poi ti faccio presente che io non ho un esercito di donne, non ho neppure una moglie e nemmeno una ragazza, se è per questo! E comunque tu sei troppo bisbetica per i miei gusti."
"Mi fa veramente piacere che la pensi così -rimbeccò la ragazza- perché anche tu sei lontano anni luce dal tipo che piace a me."
"Ah già, tu preferisci i tipi semplici come lui."
Ribatté sarcastico Zodi chiamando in causa l'innocente Bino, silenzioso spettatore del loro aspro diverbio.
"Certamente, -approvò acida Gigì- non sarà un grande mago ma ha più buon senso ed educazione di tutti voi messi insieme e, per di più, è un bellissimo ragazzo. Sicuro: lui è proprio il mio tipo."
"Ehi dico, un momento. . ."
Cercò d'intervenire l'interessato, ma i due non si diedero per inteso e continuarono il loro litigio.
"Se è il tuo tipo prenditelo -ringhiò il Grande Signore- e vedi, visto che sei venuta fin qui, di portare a termine la tua missione e combattere con noi."
"E perché mai, di grazia? -motteggiò la ragazza- Cosa diavolo ci ricavo io? Ormai che ci sei tu, l'erede legittimo del Grande Signore, il mio mondo non corre più il pericolo che Gigi venga tolto dalla guardia del passaggio."
"E chi lo dice? -fu lesto a replicare Zodi- Se tu te ne vai la profezia andrà a rotoli e io potrei essere battuto da Malinda."
"E se io resto la guerra durerebbe all'infinito -controbatté Gigì- perché piuttosto che bruciare della Fiamma della vita per te, come dice la vostra sdolcinata profezia, mi faccio suora."
"Che cos'è una suora?" Intervenne Bino, più per cercare di distrarli che per vera curiosità.
"Una suora è una donna che rinuncia agli uomini ed alla vita del mondo per pregare e servire Dio in compagnia di altre donne." Spiegò seccata Gigì.
"Benissimo - intervenne velenoso Zodi- anch'io pur di non aver niente a che fare con te mi farei suoro."
A quest'uscita bizzarra la ragazza si azzittì per un secondo e poi sbottò in una irrefrenabile risata.
"Al massimo ti farai frate!" sghignazzò con le lacrime agli occhi per il gran ridere.
"Mio Signore -s'affrettò ad interloquire Bino, approfittando di quel momentaneo calo di tensione- Credo che per ora la cosa principale sia, come ha detto Gigì, soccorrere gli abitanti di Ballorah e riunire le nostre forze per attaccare la perfida Malinda. Per quanto riguarda il resto, io credo che sia la parte meno importante e che tu, Grande Signore, con la tua immensa magia e la tua superiore intelligenza potrai certamente trovare una soluzione a questo. . . chiamiamolo intoppo."
"Giusto, soldato -approvò lusingato Zodi- Faremo come hai ragionevolmente suggerito tu. Che io sappia l'amore non ha mai fermato una guerra. Vado ad organizzare la spedizione di soccorso, pensa tu a dare armi e divisa alla nostra Stimatissima Ragazza della Profezia. Anche perché pare che tu sia il suo preferito, auguri!"
Zodi scomparve e rimase solo l'eco della sua risatina sarcastica a testimoniare il suo passaggio.
"Brutto figlio di. . .-Gigì trattenne a stento la parolaccia, poi si volse all'amico e cercò di giustificarsi- Mi dispiace Bino, non intendevo assolutamente appiccicarmi a te, è quel pallone gonfiato che ha travisato tutto."
"Allora non è vero che sono un bellissimo ragazzo, educato e gentile?"
La stuzzicò gentilmente sorridendo.
"No! Cioè sì. . . . -s'impappinò lei- Volevo dire che tu sei tutte queste cose ma io. . . io non..."
"Non ti preoccupare -l'interruppe pietosamente il giovane- Ho capito perfettamente, del resto io sono impegnato: ho una ragazza che amo moltissimo, e anche se tu sei un tipo speciale, perdonami, ma non mi sento di lasciarla per te. D'altronde -proseguì intuendo lo stato d'animo di Gigì- questi sono fatti miei e non c'è assolutamente bisogno di raccontarli al Grande Signore, gli lasceremo credere che filiamo d'amore e d'accordo, se desidera crederlo. Va bene?"
"Sei grande Bino! Se non ci fossi bisognerebbe inventarti!" Esclamò Gigì sollevata.
"Molto lusingato. Bene - proseguì il giovane soldato- Ora, se non ti dispiace, andremo a cercare una divisa e delle armi per te."
"Per la divisa mi sta bene -acconsentì la giovane- ma dubito molto di riuscire a maneggiare una delle vostre armi o anche una delle nostre, se è per questo. Magari avessi una spada laser!" Sospirò sconfortata.
"Che cos'è una spada laser?"
"È una arma di fantasia che. . . aspetta, faccio prima a fartela vedere."
Gli afferrò una mano e, dopo un istante di concentrazione, gli proiettò l'immagine del duello con la spada laser che aveva visto in un film.
"Ho una idea! -esclamò improvvisamente interrompendo l'immagine- La tua magia arriva a ricopiare un oggetto?"
"Ho capito quello che vuoi fare -rispose Bino- ma temo che sia impossibile. Fino a ricopiare un oggetto ci arrivo, ma non posso ricrearne le capacità intrinseche, a meno che tu non ne conosca esattamente i meccanismi interni, in modo che io possa copiarli."
"Macché meccanismi -rispose sconsolata la giovane- ti ho detto che sono armi di fantasia, quelle che ti ho fatte vedere erano immagini di un film e non chiedermi che cos'è un film o stiamo qui fino a domani!"
"Va bene -sogghignò il soldato- non te lo chiederò. Mi spiace dovertelo dire, ma quello che vuoi tu può farlo solo il Grande Signore."
"Eh no, -protestò subito Gigì- cercherò di arrangiarmi come posso. '
"Come vuoi tu. -tagliò corto Bino- Andiamo a cercare la divisa."
Trovare una divisa che le andasse bene si rivelò assai più difficile di quanto si fossero immaginati, pareva che le soldatesse di Vuf non fossero altrettanto ben dotate di seno e di fianchi cosicché un segretamente divertito Bino ed una apertamente imbarazzata Gigì si trovarono costretti, se non volevano perdere altro tempo e rischiare di non riuscire a partire con la squadra di soccorso, a ricorrere alle modesti doti magiche di lui per farle una divisa su misura.
Bino, che perseguiva un suo preciso scopo, si premurò di fare una divisa che le aderisse come un guanto col risultato che, se non si fosse trattato della Ragazza della Profezia, l'arrivo di Gigì al posto di raduno delle truppe sarebbe stato sicuramente salutato da una sonora bordata di fischi e commenti salaci. Anche Zodi la notò ma si guardò bene dal dirle alcunché in proposito, limitandosi a chiedere perché avesse preso solo un misero pugnale come arma. Lei rispose brevemente che non era abituata le loro armi, troppo ingombranti per lei, e l'avrebbe fatta finita così se Bino, sempre seguendo il suo disegno segreto, con finto candore non avesse descritto le armi terrestri viste attraverso la mente della ragazza e la fantastica arma chiamata spada laser che ella avrebbe voluto avere. Va da sé che la cosa risvegliasse la curiosità del Gran Signore che si ripromise, appena avessero concluso la spedizione, di entrare in contatto mentale con Gigì per vedere quelle meraviglie.
Finalmente tutto fu pronto e Zodi alzò alta sopra la testa la bacchetta azzurra, tutti i comandanti, maghi di alto lignaggio, fecero la stessa cosa e lunghi lampi di luce contorta si sprigionarono dalle bacchette magiche, saettando nel cielo notturno.
"Per il Potere di Vuf -gridò il Grande Signore verso le stelle lucenti- comando che tutto s'aduni a me ed a me obbedisca."
Le sferze di luce si piegarono nell'aria scura e, gemendo e contorcendosi come anime dannate, s'andarono a congiungere alla luminosa e diritta colonna di luce azzurra sprigionata dalla sua bacchetta. Dai quattro angoli del mondo di Vuf si sprigionarono contemporaneamente uguali lampi dalle bacchette di ogni mago di alto grado fedele al Gran Signore, ed anch'esse andarono a congiungersi con la luce azzurra che s'ingigantì ruggendo. Con una semplice rotazione del polso lo Scettro trasformò l'immane fascio di luce possente in uno splendente anello d'oro che andò a circondare l'intero esercito dei ribelli: era l'Anello dell'Antico Potere di Vuf.
Ora anche Malinda avrebbe saputo che c'era un nuovo Grande Signore.
Il potere dell'Anello trasportò l'esercito nei pressi di Ballorah, quindi si ritrasformò in una colonna di luce che rientrò obbediente nella bacchetta azzurra che Zodi fece scomparire con un lieve muover di dita.
Poi non ci fu più tempo per nulla se non per soccorrere i feriti e cercare di aiutare a scappare quelli che ancora si trovavano nella città in preda alle fiamme.
Ballorah era un rogo immane e malefico, che rendeva difficile i soccorsi anche ai maghi comandanti ed allo stesso Grande Signore.
Occorse ricorrere nuovamente alla potenza dell'Anello per estinguere le fiamme e potere estrarre feriti e quel che rimaneva dei morti dalle macerie fumanti.
Fra un conato di vomito e l'altro Gigì si prodigava come poteva e quando, innumerevoli ore dopo, poté sdraiarsi a riposare sull'erba era troppo stanca anche per dormire.
Bino, che era stato comandato fra quelli di guardia per evitare attacchi a sorpresa dalle truppe di Malinda durante i soccorsi, si fece sostituire per qualche minuto e le si accostò con una borraccia di caffè
"Ne vuoi un po'? -chiese porgendogliela- Ti aiuterebbe a vincere la stanchezza."
"No, grazie. Credo che non potrò mandare giù niente per un bel pezzo senza vomitare. -brontolò lei stiracchiandosi e sbadigliando- Sono stanca morta, ma mi meraviglio di riuscire ancora a connettere, considerando che mentre per voi è trascorso meno di un giorno dal nostro arrivo a Fro, secondo il mio orologio regolato con l'ora terrestre ne sono passati diversi"
"Non è così strano come sembra a te -intervenne il Grande Signore sbucando dall'ombra e rispedendo Bino al suo posto con un gesto- Evidentemente il tuo metabolismo si è adeguato ai ritmi di Vuf quando hai attraversata la barriera magica tra i nostri mondi."
Troppo stanca per commentare, Gigì si limitò ad emettere un suono tra il mugugno e lo sbadiglio.
"Non avevi mai visto gli effetti di una incursione, vero?" Chiese lui sedendosi accanto a lei sul prato con le spalle appoggiate ad un albero.
"Solo in televisione e mi era più che bastato."
"Cos'è la televisione?"
"Oh no, anche tu come Bino! -sospirò la ragazza- Sono troppo stanca per spiegare, abbi pietà di un povero rottame umano."
"Non importa che me lo spieghi -replicò il giovane mago- Te lo leggerò nella mente. . . Accidenti, come mai non ci riesco?"
Gigì sbadigliò sonoramente prima di rispondergli, mezz'addormentata.
"Forse, visto che sono anch'io telepate, la mia mente è schermata per te. Vedi, temo che la mia telepatia funzioni solo per contatto fisico: stavo stringendo le mani di Bino quando gli ho trasmesso i miei pensieri. Mamma mia -aggiunse dimenandosi sul duro terreno- quanto è scomodo qui."
"Rimediamo subito a entrambi gli inconvenienti." Disse Zodi prendendola fra le braccia e facendole appoggiare la testa alla sua spalla.
"Cosa diavolo fai?!" protestò lei con un rigurgito di energia.
"Non hai detto che stavi scomoda? -rispose serafico- Così dovresti stare più comoda e, nello stesso tempo, creiamo quel contatto fisico necessario a permettermi di vedere con la tua mente. Concentrati, Gigì." La esortò.
"Ma io non voglio affatto. . ." Tentò di protestare fiaccamente la ragazza insonnolita.
"Shhh, concentrati sul tuo mondo piccola." Ripeté dolcemente Zodi e Gigì, troppo stanca per polemizzare ancora, lo accontentò raggomitolandosi in braccio a lui, con una inspiegabile sensazione di felicità e di sicurezza.
Fu così che si addormentò serenamente, persa nei ricordi del suo mondo, portando con sé la mente del giovane che la stringeva tra le braccia in un singolare giro turistico sulla vecchia Terra.
Sdraiato sul letto sfatto, con le mani intrecciate dietro al capo, Cesco guardava in silenzio Malinda che passeggiava nervosamente nella stanza sfarzosa con un volteggiare di veli scarlatti.
Doveva assolutamente arrestare l'avverarsi della profezia e per farlo occorreva trovare il modo di frapporsi tra il nuovo Grande Signore e la ragazza.
Cosa poteva fare per dividerli ed annientarli?
Non s'illudeva di poter far innamorare questo giovane come aveva fatto col suo vecchio predecessore e, quindi, non avrebbe avuto nessun potere su di lui: doveva agire sulla ragazza, ma come? e, soprattutto, come allontanarla dall'aura positiva del Grande Signore?
Così congetturando fra di sé, Malinda proseguiva nel suo agitato andirivieni quando, improvvisamente, si fermò ai pedi del letto fissando Cesco che si stiracchiava in tutto il suo metro e novanta di agile muscolatura.
Aveva trovato!
Si sarebbe servita del fascino di Cesco per allontanare la ragazza dal Grande Signore: tutto sommato quel bell'animale ci sapeva fare con le femmine e la sua magia, anche se non era poi niente di sublime, era più che sufficiente a tenere prigioniera una ragazzetta del tutto priva di poteri.
Ma sì, quella era la soluzione ottimale! La maledetta intrusa sarebbe stata neutralizzata in quattro e quattr'otto, poi avrebbe fatto sì che la dolce fanciulla rendesse l'anima al mondo delle ombre.
"Tirati su e vestiti. -Ordinò seccamente all'uomo- Sarai tu a catturare per me la ragazza della profezia."
"Io? -Cesco scattò a sedere come una molla- Come diavolo dovrei fare?"
"Ti travestirai da ribelle e ti mischierai a quelli che danno soccorso a Ballorah, sono sicura che lei è là."
"Ma non la conosco mentre, in compenso, i ribelli mi conosco benissimo."
Malinda soffiò come un gatto selvatico.
"Pezzo d'imbecille: agirai sfruttando il buio della notte e la confusione per contattarla, non dovrebbe essere poi così difficile per te circuirla e convincerla a seguirti."
Cesco si agitò inquieto, quella era una cosa che proprio non avrebbe voluto fare.
"Non saprei riconoscerla, te l'ho già detto, non posso di certo andare da soldatessa in soldatessa a chiedere se è lei la ragazza della profezia."
"Tranquillo fifone -lo schernì la perfida regina- te la farò vedere con l'aiuto della piramide d'ossidiana. Se il Grande Signore non le è tanto vicino da rendere impossibile la visione, la rintraccerò in un attimo ora che ha assorbito le radiazioni maligne che si sono formate durante l'incursione a Ballorah: l'odio, la sofferenza ed il terrore della gente sono un ottimo catalitico per le forze del male."
Malinda girò sui se stessa ed andò nel suo laboratorio seguita dal riluttante stregone.
Il sinistro monolito nero luccicava debolmente ai raggi delle tre lune di Vuf, i due fissarono lo sguardo su di esso e ben presto prese forma la visione desiderata.
Apparvero i luoghi della battaglia, la visione era molto disturbata da una elettrica nebbiolina azzurra che denunciava la presenza sul luogo del Grande Signore, poi lentamente s'inquadrò una zona un po'discosta e appartata; qui la visione era più chiara ed i due poterono scorgere la figura di una giovinetta avvolta in un mantello rannicchiata sotto un albero, era Gigì che Zodi aveva ordinato di lasciar dormire in quel luogo buio, un po'discosto e relativamente tranquillo.
"Eccola qui -esclamò Malinda- Ora tu andrai da lei e, sfoderando tutto il tuo tanto decantato fascino, la convincerai ad allontanarsi con te da Ballorah."
"Non potremmo teletrasportala qui direttamente?" Chiese Cesco, cercando di prendere tempo.
"Deficiente -l'insultò la strega- Hai visto anche tu quanto si fa sentire la presenza del Grande Signore, pensi sul serio che riuscirei a strapparla di lì senza che lui se ne accorgesse? Dovrà convincerla a venire con te con le buone, e solo quando sarete ben lontani da quel luogo potrai servirti della tua magia per condurla qui."
"E poi?"
"Te la regalo, fanne quel che vuoi, possibilmente il peggio. L'importante è che non possa congiungersi col Grande Signore e far avverare la profezia."
"Ma lui verrà qui, ad attaccarci con le truppe ribelli al completo." Obiettò Cesco.
"E noi l'aspetteremo. -replicò Malinda con un diabolico sorriso- La profezia dice chiaramente che lo Scettro, e a questo punto non ci sono dubbi che lo Scettro indichi il Grande Signore, e la ragazza debbano bruciare della Fiamma della vita per riuscire a vincermi, se la ragazza è in tuo potere, sia mentale che fisico, questo non potrà accadere."
"La Fiamma della vita. . . -ripeté pensosamente Cesco- Adesso mi è chiaro: quei due devono amarsi per poter vincere, se lei la prendo io non potrà esserci vittoria da parte loro!"
"Infatti. -la demoniaca risata di Malinda fece tintinnare i cristalli alle finestre- Ho la vittoria in pugno: presto Vuf e la Terra saranno solo miei!"
Il mago sudò freddo alla sola idea di tale evenienza. Questa volta era proprio deciso a ribellarsi, qualsiasi fossero i rischi. Stava già per aprire la bocca quando lo sguardo gli cadde sul nero monolito che trasmetteva ancora le immagini di Ballorah: ora il viso di Gigì era in primo piano e a Cesco parve che assomigliasse a qualcuno, qualcuno di cui lui non si era mai rassegnato a fare a meno.Perse la sua decisione immediatamente, sarebbe andato dalla ragazza e l'avrebbe portata con sé, le avrebbe rivolto tutte le domande che gli premevano e, una volta appurato se fosse o no chi pensava, l'avrebbe riportata indietro e al diavolo le conseguenze: non si sarebbe mai macchiato di un simile delitto.
Una mano gentile scosse la spalla dell'addormentata Gigì.
"Ragazza della Profezia svegliati, ti prego." Le sussurrò qualcuno all'orecchio.
"No, -farfugliò lei- voglio dormire, lasciami in pace."
"Non posso -replicò dolcemente la suadente voce maschile- Il Grande Signore mi
ha ordinato di portarti lontano da qui. Suvvia, svegliati."
"Uffa! -mugugnò la ragazza- Comincio ad averne piene le tasche di Zodi e dei suoi regali voleri."
Nonostante le sue lagnanze Gigì si stiracchiò ed aprì gli occhi sbadigliano. Interruppe a metà lo sbadiglio e rimase a fissare a bocca aperta il più bell'uomo che avesse mai visto in vita sua, divi del cinema compresi. Poteva avere una trentina di anni più di lei, e tutto il fascino di un uomo adulto. Nonostante fosse accoccolato accanto a lei, si vedeva benissimo che era molto alto e con proporzioni perfette, messe in risalto dalla divisa da ufficiale. Il volto aveva le linee pure di una statua classica ed era incorniciato da quel tanto di barba che serviva per mettere in risalto le labbra sensuali sovrastate da un naso degno di un dio greco. Aveva grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale e lucidi capelli color mogano, ondulati quanto bastava per renderli vaporosi.
Gigì era così imbambolata da tanta bellezza che non si accorse della stranezza di riuscire a vederlo perfettamente nonostante fossero in un luogo abbastanza buio.
"Vieni con me -ripeté lo sconosciuto con un sorriso pieno di seduzione, che mise in mostra il candore dei denti perfetti- Ti porterò dove potrai riposare più comodamente, Gigì."
Pronunciò il nome alla francese e questo lusingò la ragazza, anche se non sapeva spiegarsene neppure lei il motivo.
"Perché mai il Grande Signore vuole che mi allontani?" Chiese poi, strappandosi a viva forza dalla sua estatica contemplazione e mettendosi in piedi.
"Ti sei prodigata fino allo sfinimento ed i tuoi ritmi sono molto diversi dai nostri -spiegò Cesco con un altro abbagliante sorriso- il Grande Signore ritiene giusto che tu riposi adeguatamente prima di partire per dare battaglia a Malinda."
Inconsciamente Gigì registrò che l'uomo non aveva fatto precedere il nome della regina da nessun epiteto dispregiativo, come di solito tutti facevano, ma lui continuava parlare sciorinando complimenti e lei non prese realmente coscienza di quella anomalia.
"È giustissimo che tutti noi, non solo lo Scettro, abbiamo cura di te giunta da un altro mondo per salvarci.- continuando a parlare Cesco la prese per mano e cominciò a guidarla lontano dai ribelli indaffarati- Permetti al tuo umile servo di osare invidiare il suo Signore che possiede un tesoro come te."
"Come sarebbe a dire -protestò energicamente la ragazza- io non sono proprietà di nessuno, tanto meno di quel. . . di Zodi." Concluse tra i denti sostituendo col nome la colorita descrizione del loro venerato Grande Signore che le era venuta alle labbra.
Ciò non sfuggì al mago che ne restò perplesso, a quanto pareva la ragazza e il Grande Signore erano ben lontani dall'essere amanti.
Cesco continuava a parlarle per distrarla dal fatto che il loro allontanarsi sfruttando le zone più buie era stranamente furtivo e circospetto, ormai era quasi sicuro che fosse chi pensava lui.
"Come mai ce ne andiamo a piedi?" Notò improvvisamente la ragazza.
"Oh, se usassi la mia magia potrei alterare l'equilibrio dell'Anello -fu lesto ad inventare lui- Me ne servirò fra poco, quando saremo ragionevolmente lontani. Se sei stanca ti aiuto io." Si offrì circondandole la vita con un braccio.
Lei lo lasciò fare vagamente imbarazzata, ma lusingata da tanta premura.
Bino, che aveva dato il cambio ad un altro ribelle addetto ai soccorsi, aveva notato con la coda dell'occhio Gigì che si stava allontanando dal limitare del campo, ma poiché era per mano ad un ufficiale, che lui vedeva solo di spalle, non vi fece troppo caso anche se c'era qualcosa in quel tipo con lo lasciava vagamente perplesso; indaffarato com'era ci badò marginalmente e solo dopo un bel po'un tremendo sospetto lo fece bloccare di scatto.
Lasciò quello che stava facendo ed incominciò a correre nella direzione che gli pareva che avessero preso, maledicendo la sua scarsa magia che non gli permetteva di procurarsi un mezzo veloce. Per un attimo pensò di rivolgersi al Grande Signore ma non sapeva esattamente dove si trovasse e, del resto, non era neanche sicuro che quell'ufficiale fosse Cesco travestito, quindi non se la sentiva di disturbare lo Scettro per quello che poteva essere un falso allarme. Al margine del campo vide un veicolo per il trasporto dei morti, fortunatamente momentaneamente privo del suo macabro carico, posteggiato in un angolo e vi saltò sopra mettendolo in moto e dandogli l'ordine di partenza: non andava molto veloce, ma era meglio di niente. Forse gliel'avrebbe fatta a raggiungerli.
Parecchio più avanti Gigì cominciava ad essere stanca della compagnia di Cesco e non vedeva l'ora di essere a destinazione e di liberarsi almeno per un poco di lui, per i suoi gusti la teneva troppo stretta e, oltretutto, lei cominciava ad essere veramente stanca di camminare, per di più così velocemente da sembrare inseguiti.
"Penso che sia ora di usare un po'di magia -disse proprio in quel momento Cesco- dovremmo essere abbastanza lontani da non avere guai."
La frase mise in sospetto Gigì, che genere di guai temeva quell'individuo? non le aveva forse detto che non usava la magia per non interferire con l'Anello del Potere?
Intanto il suo compagno faceva apparire con un colpo di bacchetta un veicolo, tra sé pensava che avrebbe preferito teletrasportare entrambe direttamente alla fortezza di Malinda, ma per far ciò avrebbe dovuto usare un incantesimo più forte di quello della bacchetta, rischiando di rivelarsi al Grande Signore ancora relativamente vicino.
"Sali, mia cara. . ." Cominciò a dire ma un grido lacerò il silenzio dell'alba imminente.
"Fermati, Gigì! Non salire, scappa!"
Bino, a bordo di uno strano aggeggio, era sbucato dalla curva della strada alle loro spalle gridando con tutto il fiato che aveva in gola.
"Che diavolo succede?!" Esclamò allarmata la ragazza.
"Scappa -continuava a gridare Bino che era sceso dal veicolo sguainando la spada ed ora correva verso di loro a rotta di collo- Quello non è un ribelle, è l'amante della perfida Malinda."
Gigì cercò di fuggire ma Cesco l'afferrò fulmineamente per un braccio attirandola a sé cercando di spiegarle che non voleva farle del male, che era dalla sua parte e voleva solo porle delle domande, ma prima che potesse dire alcunché un lampo violaceo scaturì dal nulla e si scaricò addosso a Bino facendolo volare all'indietro per alcuni metri.
Con raccapriccio Gigì vide il povero ragazzo coperto di sangue atterrare sul ciglio del fosso e lì rimanere immobile; cercò inutilmente di svincolarsi dalla ferrea stretta del suo presunto aggressore, senza capire che lui la teneva stretta a sé per farle scudo nel caso che Malinda decidesse di colpire anche lei a distanza con i suoi raggi micidiali. Al colmo della disperazione Gigì gli morse un braccio, lacerandogli la carne attraverso la manica. Il mago urlò per il dolore, ma, senza mollare la presa, saltò con lei sul suo veicolo e partì a razzo in direzione della fortezza lanciando uno sguardo addolorato al cadavere che si lasciavano dietro.
"Dov'è la ragazza della profezia?" Chiese il Grande Signore.
Il giorno era sorto da poco ed i due soli cominciavano ad illuminare le pietose rovine di Ballorah; tutto quello che si poteva fare si era fatto: i superstiti erano stati tratti in salvo, i feriti medicati ed i morti sepolti, gli stanchi ribelli stavano riunendo le loro fila accingendosi a fare ritorno a Fro e Zodi era andato a cercare Gigì per svegliarla ma non l'aveva trovata.
Il ribelle cui si era rivolto si guardò intorno stringendosi sconsolatamente nelle spalle.
"Mi dispiace mio signore, non ne ho idea. Forse lo sa Bino."
"Mandatemelo." Ordinò il giovane tuffando la testa in un secchio d'acqua pulita, che si era fatto portare per cercare di rinfrescarsi dopo la notte insonne e faticosa.
Sospirò asciugandosi l'acqua che gli colava sulle spalle ed il torace nudo, era stanco morto, non vedeva l'ora di riposarsi un po'e quei due non avevano niente di meglio da fare che andarsi a rintanare chissà dove.
Accidenti a tutti gli innamorati! pensò rabbiosamente, chissà cosa ci vedeva di così speciale la ragazza in quel Bino che non avesse anche lui. . . e questo che c'entrava? si domandò stupito smettendo per un attimo di asciugarsi. Cosa mai gli doveva importare che quell'aliena proveniente da quel mondo fantastico gli preferisse un semplice soldato? Zodi decise che era più stanco di quanto pensasse.
Ma dove erano andati a cacciarsi quei due, perché ci mettevano tanto ad arrivare?
Dopo quello che al Grande Signore parve un tempo esageratamente lungo, un colonnello perplesso ed a disagio gli venne a comunicare che non si trovavano né la ragazza della profezia né il soldato Bino e che, fra l'altro, mancava anche un veicolo per il trasporto dei cadaveri.
Zodi congedò l'ufficiale con un cenno, chiuso in un glaciale silenzio aspettò che l'uomo si fosse allontanato prima di lasciarsi andare ad alcune colorite imprecazioni. Quell'imbecille di un soldato sapeva benissimo di non potersi allontanare senza permesso, non appena l'avesse trovato l'avrebbe fatto spedire nel regno delle ombre, ecco quello che spettava ai disertori! E lei...lei era fortunata di essere necessaria al compimento della profezia, non poteva certo passarla per le armi, ma le avrebbe sicuramente detto pubblicamente che cosa ne pensava del fatto che fosse andata a spasso col suo amichetto nel bel mezzo della missione di soccorso, per di più con un veicolo da morti rubato, disgustoso!
Il Grande Signore si concentrò per trovare i due disertori e sussultò violentemente. Quello che aveva visto non aveva nulla a che fare con l'appartarsi di due innamorati! Con un gesto imperioso chiamò alcuni ufficiali e li teletrasportò con sé nel luogo dove aveva visto il cadavere insanguinato di Bino.
"Non è ancora morto, mio signore. - Disse il gran generale Ubs inginocchiato presso il soldato, sott'intendendo con quelle parole che al disgraziato giovane restava però ben poco da vivere. - E comunque -continuò- non è certo in condizione di poter parlare."
"Vedremo." Esclamò seccamente lo Scettro scostandolo e, messosi al suo posto, posò una mano sul petto insanguinato del soldato e l'altra sulla fronte praticamente già gelida.
Il giovane mago chiuse gli occhi concentrandosi in sé ed escludendo il mondo attorno per proiettarsi nella dimensione dell'Antico Potere che fluiva dentro di lui e potenziare le sue capacità magiche. La sua mente penetrò in una inafferrabile e misteriosa terra agli altri proibita, incontrò e si fuse con Entità e Forze che avrebbero annientato la mente di qualsiasi altro mago o strega per quanto potente; attinse energia soprannaturale alle fonti dell'occulto e superò le barriere di ogni sfera magica assorbendone la forza. Sola, non riuscì a penetrare la luminosa barriera di un luogo misterioso dove, lo sentiva, era racchiuso il potere che gli avrebbe permesso di annientare Malinda. Quel luogo misterioso, che lui sapeva per istinto pieno d'un immenso potere, gli era ancora precluso e non aveva la chiave per aprirlo.Mentre si allontanava da quel mondo esoterico gli parve di scorgere confusamente un'immagine femminile fluttuante nella luminosa barriera, la risposta al suo interrogativo, ne era certo, ma prima di riuscirla ad identificare visivamente la sua mente gli rifluì corpo, inginocchiato accanto al martoriato soldato, e sentì ribollire i suoi poteri come un onda squassante che si riversava nel povero giovane ferito a morte.
Gli occhi di Bino si aprirono lentamente, il sangue riprese il suo corso nel corpo malconcio e la vita, che stava per abbandonarlo, ritornò a lui.
"Fasciatelo e medicatelo, o presto sarà di nuovo alle soglie della morte." ordinò stancamente Zodi lasciandosi andare stremato sul prato, non era uno scherzo da nulla acchiappare la vita per la coda e farla ritornare al suo posto.
Gli stupefatti ed ammirati ufficiali si affrettarono ad ubbidire e, in un tempo ragionevolmente breve, il ferito fu in condizione di parlare.
"Cosa è successo?" Gli domandò il Grande Signore senza tanti preamboli.
Il giovane tossì un paio di volte prima di riuscire a parlare e, quando lo fece, la sua voce fu sommessa e gracchiante.
"Ho intravisto Gigì allontanarsi dal campo con un ufficiale, solo molto più tardi mi sono reso conto che l'uomo mi ricordava stranamente quel debosciato di Cesco. . .
Un'esclamazione unanime d'ira e sgomento lo interruppe.
"Zitti! -comandò seccamente Zodi- Continua soldato."
"Avrei voluto chiamarti, mio signore, ma non era sicuro di essere nel giusto, così mi sono lanciato al loro inseguimento."
"Con un carro da morti." Finì per lui il Grande Signore, non riuscendo a trattenere un sorrisino nonostante tutto.
"Signore -si difese Bino- con le mie modeste doti magiche non avrei potuto certo far apparire qualcosa di meglio di quel carro, tanto valeva che non perdessi tempo ed usassi quello. Li ho raggiunti, infatti, ma come puoi ben vedere sono riuscito solo a farmi quasi ammazzare. Ti devo la vita, Grande Signore e la mia eterna gratitudine. . . ."
"Lascia stare- tagliò corto il giovane sovrano- se avessi potuto lo avrei fatto per tutti i moribondi che abbiamo soccorso questa notte, ma anche i miei poteri hanno un limite. Sono felice di essere riuscito a salvarti, il mio popolo ed io dobbiamo molto alla ragazza della profezia e lei tiene molto a te."
Le labbra tumefatte del soldato tentarono un sorriso malizioso.
"Penso di essere il suo migliore amico su Vuf, ma sono sicuro di non essere altro."
I brillanti occhi blu si fissarono attenti nei suoi.
"Che vuoi dire? Mi sembra che abbia detto chiaramente di avere una predilezione per te."
Una flebile risata scosse il petto del ferito.
"Mio signore perdona la mia audacia e permettimi di darti un consiglio sulle donne: se le stuzzichi, le provochi o insulti ti renderanno pan per focaccia, ma se oltre a questo sono punte anche dalla gelosia. . . eh, allora mordono sul serio ed hanno il dente avvelenato!"
"Gelosa. -un sorriso compiaciuto s'intravide sulle labbra di Zodi- Vuoi dire che è gelosa delle ragazze che mi stavano attorno?"
"Sì, mio signore. Né più né meno di quanto tu sia geloso della nostra presunta intimità."
Il viso del giovane sovrano si oscurò di colpo e la sua voce s'inasprì.
"Buon per te che sei ferito, o ti avrei fatto rimpiangere la tua insolenza. "
Fece un cenno per chiamare gli altri, che si erano discretamente allontanati quando la conversazione aveva assunto un tono privato, e diede l'ordine di riunirsi al resto delle troppe per tornare immediatamente a Fro e studiare un piano.
". . . . . E così ho dovuto rinunciare ai piani di seduzione." Concluse Cesco in tono incerto, non sapendo come interpretare lo sguardo di Malinda.
Fortunatamente apparentemente lo scopo della sua missione era stato raggiunto, Gigì era prigioniera nel palazzo reale di Cadonia, che la perfida regina aveva fatto trasformare in fortezza quando aveva assunto il potere, e questo rendeva di buon umore Malinda. Solo l'unione fra la ragazza ed il Grande Signore avrebbe potuto fornire l'arma per spezzare il potere della sua magia infernale ed i due giovani erano separati da robustissime mura e da ancor più robuste barriere di magia nera.
Raggomitolata su uno dei cuscini sparsi sul pavimento del laboratorio di Cesco, Gigì guardava meravigliata l'ambiente che la circondava. Il mago l'aveva accompagnata lì prima di andare di corsa a rapporto dalla sua esigente padrona e, visto che sembrava che nessuno avesse fretta di ricordarsi di lei, la ragazza aveva avuto tutto il tempo di studiare il luogo in cui era rinchiusa.
La stanza era ampia, totalmente priva di finestre e, per quanto poteva vedere lei, priva anche di porta, l'arredamento e le apparecchiature che la riempivano erano una mescolanza fra l'antro di una strega, così come li aveva visti nei film, lo studio di uno scienziato ed il palazzo di un principe delle Mille e una notte. Tappeti e cuscini occupavano praticamente tutto il pavimento, mentre tavoli intarsiati di gemme reggevano quaderni pieni d'appunti, carte ingiallite dai secoli, penne e matite; un'enorme libreria di legno prezioso traboccava di libri, tutti rilegati in pelle nera alcuni visibilmente antichissimi, una parete era occupata da una credenza a vetri, altrettanto grande, stipata di recipienti di varie misure e da contenitori dalle misteriose etichette. Orripilanti esseri impagliati, forse uccelli, se ne stavano magicamente sospesi ad un mezzo metro dal soffitto e parevano voler far compagnia ad uno strano globo cangiante che ruotava su se stesso emanando una luce giallo-lilla. Il centro della stanza era dominato da un giaciglio rotondo coperto da un drappo di broccato seta sui toni del blu e da alcuni cuscini foderati di seta cangiante; dicendosi che, visto il prolungarsi dell'attesa, tanto valeva mettersi comoda e schiacciare un sonnellino, Gigì si alzò dal cuscino dov'era rannicchiata dirigendosi risolutamente verso il letto.
"Mi fa piacere vedere che ti metti comoda."
La ragazza sussultò voltandosi di scatto, Cesco era sbucato dalla parete alle sue spalle e si stava dirigendo verso di lei slacciandosi la divisa da ribelle che aveva ancora indosso.
"Spero che tu non abbia paura di me, nonostante ciò che dicono di me sono del tutto innocuo. Malinda pensa che ti abbia rapita per obbedire ai suoi ordini, ma in verità l'ho fatto per tutt'altra ragione; "
Gigì equivocò le sue parole e raddrizzò le spalle, ben decisa a non fargli scorgere la sua paura.
"Questo te lo può scordare, cocco bello, e se credi di sconvolgermi girando in mutande come stai facendo, ci tengo ad informarti che sulle spiagge della Terra gli uomini indossano anche meno. . . quando non sono nudi del tutto."
Questa era una grossa balla, naturalmente, ma tanto lui non poteva saperlo!
Cesco rise rilassato, la certezza che Malinda potesse più nuocere alla ragazza, ora che la credeva sua prigioniera, lo rendeva euforico.
"Mi diverte la tua combattività -dichiarò- Ma è meglio che tu non ne faccia sfoggio se vieni a contatto con Malinda, può essere molto pericoloso. -accennò con la mano alle creature impagliate che galleggiavano vicino al soffitto- Quelle, mia cara, sono le creature che hanno contrariato la cara signora."
Gigì sgranò gli occhi, agghiacciata.
"Ha trasformato in mostri tutti quegli esseri umani." Mormorò sgomenta.
"Non sono tutte umane, ci sono anche qualche follettina ed un paio di streghette della Luna Nera che hanno osato disturbare la regina."
"Siano quello che siano -ribatté disgustata la ragazza- è una fortuna per loro essere morte."
"Morte? -Cesco sorrise amaramente- Non sono affatto morte, sono solo in paralisi magica, ci possono vedere e sentire. Ogni tanto si diverto a ridare la forma originale ad una di loro e ad usarla per i suoi esperimenti, dice che la parte più divertente sono gli urli e le preghiere che fanno quando le ritrasforma e le rispedisce lassù."
"Porco!" Sibilò Gigì sputandogli in faccia.
Per nulla sconvolto il mago si limitò ad asciugarsi il viso, non si aspettava di certo che credesse immediatamente alla sua estraneità a quei misfatti, sapeva che gli ci sarebbe voluto tempo per convincerla. Si affrettò a sistemarsi glia abiti puliti che aveva indossato, per andare a raggiungere di volata Malinda, com'ella stessa gli aveva comandato, non era il caso di farla inquietare proprio adesso! Prima di uscire raccomandò a Gigì di fare un sonnellino per riposarsi, poi scomparve dietro al muro che aveva nuovamente attraversato come fosse di nebbia. Chissà che non lo fosse realmente, sperò Gigì e corse dietro a lui per saggiare con la mano la parete: inutile, il muro risultò solidissimo, liscio e compatto sotto il suo palmo. Depressa la giovane ritornò al letto e vi si lasciò cadere.
In che razza di situazione si era andata a cacciare?!
Eccola lì, destinata ad una fine orrenda lontana chissà quanto dal suo mondo e dalla sua famiglia. E tutto per che cosa? Per tentare di salvare la Terra, dove nessuno non l'avrebbe mai saputo, e Vuf dalla megalomania di quella maledetta strega e del suo degno compare; per ridare il trono a quel dongiovanni di Zodi che, per tutta ricompensa, la ignorava o, peggio, la disprezzava. Beh, non sempre per la verità, quando la sera prima l'aveva stretta tra le braccia unendo la mente alla sua, era stato veramente fantastico.
Con gli occhi della mente rivide il tempo passato con lui dal loro primo incontro sulle rive del Lago Proibito dove l'aveva ripescata, di notte precedente e l'intimità che avevano condiviso; rivide il corpo snello, il sorriso spigliato e birichino, gli svegli occhi blu e, con immensa meraviglia, si accorse di essersi innamorata! Accipicchia, come poteva essere successo? Non lo sapeva proprio, era successo e basta. Non sapeva nemmeno se lui l'avrebbe ricambiata o no, forse sì, si disse ripensando alla tenerezza che aveva avuto per lei nelle ultime ore che avevano trascorse assieme; però ormai era troppo tardi per pensarci, non l'avrebbe più rivisto.
Un momento!
Gigì balzò a sedere, galvanizzata da un'idea.
La profezia diceva che lei e lo Scettro avrebbero vinto la perfida regina solo se avessero bruciato della fiamma della vita, cioè se si fossero innamorati, e solo due animali come Malinda e Cesco potevano scambiare il puro sesso con il sentimento dell'amore.
Doveva cercare di mettersi in contatto mentale con Zodi, se ci fosse riuscita senza dover ricorrere al contatto fisico poteva solo significare che anche lui l'amava e che il legame tra loro era già nato e Malinda poteva essere vinta.
Risoluta Gigì chiuse gli occhi, si rilassò sui comodi cuscini e cercò di concentrarsi totalmente su Zodi.
Il Grande Signore aveva deciso di attaccare Cadonia ed aveva inviato un messaggio mentale a tutti i gruppi di ribelli perché si unissero al grosso dell'esercito alle porte della capitale o, se fossero troppo distanti per poterlo fare, di unirsi in gruppi quanto più numerosi possibile per dare l'assalto ai centri di potere più vicini a loro per impedire l'invio di truppe di rincalzo alla capitale.
L'ora della riscossa era giunta.
L'impazienza rodeva Zodi che, nell'attesa che le sue forze fossero in grado di muovere all'attacco, andava su e giù nervosamente controllando e ricontrollando ogni armamento che gli capitava a tiro. Avrebbe voluto trovarsi sulla Terra per vedere il tempo trascorrere più velocemente e l'ora della battaglia avvicinarsi con più celerità.
Non osava pensare cosa poteva accadere, od essere già accaduto, a Gigì; sentiva che se l'avesse persa nulla avrebbe più avuto importanza per lui. Era preoccupato come mai prima e passava le pene dell'inferno, se questo era l'amore ora capiva perché la profezia parlasse di fiamma della vita: bruciava da morire!
Sì, aveva capito benissimo di essere innamorato di quella piccola bisbetica, generosa ed impulsiva, intelligente e caparbia, ora brusca come un limone, ora dolce come una caramella.
Se solo avesse potuto comunicare con lei! Avrebbe unito le loro menti ed insieme sarebbero penetrati nel mondo dell'Antico Potere, avrebbero abbattuto l'ultima barriera ed acquistato il potere che avrebbe permesso loro di vincere Malinda.
Finalmente tutto e tutti furono pronti e si riunirono attorno al Grande Signore.
Mentre Zodi alzava la bacchetta magica verso il cielo per evocare l'Anello dell'Antico Potere, gli parve per una attimo di udire nella sua mente Gigì che lo chiamava ma subito la sensazione passò, poiché tutte le sue facoltà erano concentrate sull'evocazione ed il giovane mago non poteva permettersi di distrarsi.
Quando l'esercito dei ribelli si materializzò alla periferia di Cadonia, ovviamente trovò l'esercito delle perfida Malinda pronto ad aspettarli, perché l'oscura magia della regina aveva registrato lo sprigionarsi dell'energia positiva dell'Anello e la strega aveva allestita la difesa.
La battaglia infuriò non appena l'Anello svanì attorno all'esercito ribelle.
Se non fosse stato per i bagliori di magia che emettevano le bacchette dei maghi ribelli e quelle dei capi fedeli a Malinda, la battaglia sarebbe stata uguale a quelle combattute sulla Terra prima dell'avvento della polvere da sparo.
La bassa forza di entrambe gli eserciti combatteva corpo a corpo, solo occasionalmente colpiti a morte dalle micidiali scariche delle bacchette dei maghi impegnati a combattersi per impedire l'uso della magia sulle rispettive truppe.
Zodi si batteva come un leone, manovrando la spada con la destra e la bacchetta con la sinistra per difendersi, volta a volta, dagli attacchi di soldati e maghi; se la vide brutta quando fu attaccato contemporaneamente da un gruppo di soldati e da due comandanti nemici, uno dei soldati riuscì a penetrare nella sua difesa e lo colpì di striscio al fianco, il giovane si piegò dal dolore ed uno dei maghi malvagi ne approfittò per lanciargli una scarica magica ma, fortunatamente, Zodi se ne accorse ed alzò la bacchetta azzurra rispedendogliela contro: il mago ed il suo compare scomparvero gridando e Zodi, nonostante la ferita, si volse di scatto, roteando la spada sui terrorizzati assalitori che se la diedero a gambe.
Palmo dopo palmo i ribelli riuscirono a spingersi sotto le mura magiche del palazzo reale qui, purtroppo, le truppe di Malinda assorbirono l'energia negativa che queste emanavano e passarono in vantaggio. I ribelli cadevano sotto i colpi nemici e, nonostante il loro disperato valore, il terreno si andava intridendo del loro sangue.
"Mio signore -ansimò la principessa Virgia dopo essersi liberata con un magistrale colpo di bacchetta di un comandate avversario- Cerchiamo di unire le nostre forze magiche con le tue, forse riusciremo a fare una breccia in queste maledette barriere negative."
Zodi seguì il consiglio e, unendo il suo potere a quello del suo stato maggiore, cercò di fare breccia nella cupa muraglia.
"È inutile!"
Esclamò desolato quando i suoi comandanti cominciarono a cadere al suolo ad uno ad uno esauriti dal tentativo.
"Non potremo mai vincere la perfida Malinda se non avrò vicino Gigì."
"Maledetto zuccone!"
Il Grande Signore sobbalzò all'imprecazione che gli era risuonata nella mente.
"Se guardassi dentro di te invece che prestare attenzione solo a quello che succede lì intorno -proseguì la voce, indubbiamente quella di Gigì- sarebbero ore che ti accorgeresti che io sono qui con te!"
Frastornato il giovane chiuse gli occhi e rispose mentalmente.
"Come è possibile che le nostre menti siano unite, la profezia diceva. . ;"
"Che dovevamo bruciare della fiamma della vita- proseguì per lui la ragazza- spero non crederai, come Malinda e Cesco, che amare una persona significhi solo andare a letto con lei!"
Il viso aggrondato del giovane si distese ed i ribelli strabiliati che erano attorno a lui lo sentirono scoppiare a ridere.
"No, non l'ho mai pensato -rispose Zodi continuando il dialogo mentale, del tutto ignaro degli sguardi sbigottiti degli astanti- Ma non ho neanche pensato che tu potessi amarmi! Dove sei, amore?"
Gigì gli fornì un'immagine mentale del luogo ove era rinchiusa e lo aggiornò succintamente di tutto quello che le era capitato in quel tempo.
"Come vanno le cose, lì fuori?" Chiese poi.
"Male, come puoi vedere." Fu la risposta scoraggiata che le inviò assieme all'immagine dei ribelli che cadevano sotto i colpi dei nemici.
"Ci vorrebbe qualche arma speciale -replicò la ragazza- ora ti faccio vedere che ho in mente."
Davanti agli occhi di Zodi passò la sequenza del duello con le spade laser del film Guerre Stellari che già aveva vista Bino ed il giovane mago, con un grido di giubilo, s'affrettò a ritrasmetterle nelle menti dei suoi stupefatti soldati, mentre faceva comparire le spade nelle loro mani.
Immediatamente la battaglia volse a favore dei ribelli ed i numero delle perdite si ridusse praticamente a zero ma, purtroppo, le barriere negative continuavano a frapporsi tra loro ed il palazzo.
"Ci vuole qualcosa di speciale -proclamò Zodi- So io dove trovarlo: seguimi Gigì." Aggiunse mentalmente.
Immediatamente la sua mente fece ritorno nella dimensione dell'Antico Potere, accompagnata da quella della ragazza. Ripercorsero insieme quel regno arcano, fortificandosi alle varie magiche fonti fino a raggiungere quel luogo misterioso, ora non più circondato da barriere, dove furono abbracciati, imbevuti ed affascinati da sensazioni dolcissime e struggenti, fortificati da forze di immensa gioia ma anche di immenso dolore perché, lo capirono con folgorante chiarezza, l'amore può far ridere e può far piangere ma merita sempre di essere vissuto e, vada come vada, chi ha amato intensamente non sarà mai del tutto solo perché avrà sempre con sé il profumo dei ricordi, buoni e cattivi ed il suo cuore sarà ricco. In quel luogo di luce la misteriosa figura femminile, che Zodi aveva già intravista in precedenza, volteggiò intorno a loro, impalpabile come fumo e quant'esso inafferrabile. Gigì provò un'inesplicabile gioia e senso di protezione nel vedere quella misteriosa presenza ma, prima che potesse identificarla, questa svanì nella luce.
Quando la mente fece ritorno nel suo corpo, Zodi spalancò gli occhi e tese le mani dinanzi a sé,contemporaneamente Gigì, chiusa nella sua prigione, fece lo stesso.
Un fluido si sprigionò da loro, così forte da poter essere visto, creando una potenza immensa che andava dall'uno all'altro, e che attraversò la barriera negativa distruggendola con un boato raccapricciante.
Un urlo di esultanza si levò dai ribelli che si precipitarono dentro la reggia, osteggiati alla bell'e meglio dai pochi e terrorizzati soldati che non si erano dati alla fuga.
Nel medesimo istante Cesco si precipitò nel suo laboratorio afferrando Gigì e cercando di trascinarla con sé, per metterla in salvo ma le vittime di Malinda, liberate dalle loro forme mostruose dall'infrangersi della barriera negativa, si gettarono impazzite su di lui. Mentre i muri di quella che era stata la sua prigione rovinavano attorno a loro ed il mago se la doveva vedere con quelle furie, Gigì se la diede a gambe cercando di raggiungere Zodi.
Corse a perdifiato tra soldati che si battevano, lampeggiare di bacchette magiche ed, altrettanto assurdi, bagliori di spade laser. Gridò, sentendosi afferrare per una mano, ma il grido si spense subito quando si trovò davanti al viso sporco e sorridente di Zodi.
Con una risata trionfante i due giovani si strinsero forte scambiandosi, finalmente!, il loro primo bacio.
"Maledetti!"
Il grido disumano li distolse dalla piacevole occupazione e, sollevando il capo, si trovarono davanti la perfida Malinda che andava spandendosi ed ingigantendo davanti a loro.
"Vi credete molto potenti, vero marmocchi? -urlò la strega fuori di sé- Ma io vi distruggerò, vi annienterò vi. . ."
Non aveva ancora finito di parlare che, ad un suo gesto, un orrendo mostro fatto di mille fiamme ruggenti si materializzò dinanzi ai due giovani, precipitandosi su di loro.
Per nulla impressionato il giovane mago alzò una mano ed il mostro urlante si dissolse in una rossa nube ma, subito, cento altri apparvero avventandosi. Il Grande Signore annullò anche questi e la perfida Malinda evocò uno spaventoso ed invisibile demone infernale. Lo Scettro ingaggiò battaglia contro la forza invisibile, servendosi delle scariche di energia che l'essere scagliava per individuare la sua posizione ma quando questi ghermì Gigì sollevandola urlante nell'aria oscurata dai vapori maligni, il giovane perse davvero la pazienza ed evocò l'Anello dell'Antico Potere.
Con bestiali ululati di immane sofferenza il demone divenne visibile, svelando la sua forma ributtante, lasciò andare Gigì, che Zodi raccolse al volo tra le braccia, e contorcendosi negli spasimi del dolore sprofondò nell'inferno che l'aveva generato.
"Non puoi farci nulla, Malinda. - Gridò allora Zodi continuando a stringere tra le braccia Gigì- Il tuo potere è finito. È finito il tempo della paura, dell'odio e dei patimenti. Io, Grande Signore di Vuf, ti condanno a vagare per sempre nel Mondo degli Incubi, dove sarai per sempre perseguitata dal terrore e dalla sofferenza che hai così largamente inflitto agli altri."
Il Grande Signore alzò le mani e la strega scomparve in una fiamma livida sputando orrende imprecazioni ed inutili maledizioni.
Vuf parve scuotersi fin nelle viscere, i suoi due soli sfolgorarono accecanti e l'aria stessa sembrò farsi più leggera e profumata. Da ogni angolo del mondo si levarono grida di giubilo e quel che rimaneva delle truppe della iniqua strega lasciò cadere le armi e cessò la battaglia: tutti avevano compreso che il sanguinoso regno di Malinda era finito.
"Come sarebbe a dire che te ne vai?"
Zodi, con le mani sui fianchi, fissava Gigì piantato a gambe larghe davanti a lei in atteggiamento bellicoso.
Era già trascorsa una settimana dall'epica battaglia ed il Grande Signore, ripreso possesso dell'avito palazzo, aveva indetto grandi festeggiamenti in tutto Vuf. Immerso nell'atmosfera gioiosa e festaiola tutto si sarebbe potuto aspettare, meno che la dichiarazione di Gigì che per lei era ora di fare ritorno sulla Terra.
"Sarebbe a dire -spiegò cercando di rimanere calma la ragazza- che è ora che io torni nella mia realtà. Ho una famiglia che mi aspetta, saranno tutti spaventati a morte: manco ormai da parecchi mesi."
"Allora non è vero che mi ami." Affermò bruscamente Zodi.
Gigì sospirò rassegnata, sapeva che sarebbe stato difficilissimo fargli capire il suo punto di vista.
"Certo che ti amo, non dire sciocchezze, ma io ho solo sedici anni Zodi."
"Questo che c'entra?"
"C'entra eccome! Restare qui significherebbe sposarti ed io non me la sento ancora di prendere un impegno per la vita. Ho ancora un mucchio di cosa da scoprire, da fare e da imparare, in effetti, non ho neanche finito di andare a scuola! Le parole per sempre mi spaventano, hanno un sapore troppo definitivo. Se dessi retta solo al mio cuore vorrei restare per sempre qui con te, ma il buon senso mi dice che non posso essere davvero sicura di me e... anche di te, se è per questo."
"Non è vero! -tuonò Zodi- Io sono sicurissimo che ti amerò per sempre."
"Benissimo, io voglio crederci, ma se è così mi amerai anche fra qualche anno, quando mi sentirò abbastanza matura per essere ragionevolmente sicura che anche il mio amore sia per sempre. In fondo, se ci pensi, io ho molto di più di te da perderci: sono io che dovrò lasciare la mia famiglia, i miei amici, il mio mondo per vivere in questa terra di assurdità."
Il giovane si raddrizzò in tutta la sua statura e replicò con aria offesa.
"Questo non è un mondo di assurdità, semplicemente la nostra realtà è diversa dalla vostra."
"Sì, forse hai ragione -concesse Gigì- ma spero vorrai capire che mi occorre tutto il mio coraggio e la mia buona volontà per vivere in questa perenne favola. A me piace, come a tutti, avere le comodità, ma mi piace anche poter lottare e potermi sforzare per migliorare, qui da voi è impossibile. Tutto è praticamente uguale da sempre, nessuno si sforza più di tanto perché tanto sa che certi privilegi non li potrà mai avere perché non appartiene alla stirpe giusta."
"Naturalmente, è nell'ordine naturale delle cose. -convenne Zodi- Non vorrai dirmi che sul vostro mondo un villano qualsiasi può finire in un posto di comando."
"Non dico che sia così facile -replicò la ragazza- ma sicuramente è liberissimo di provarci, capisci che voglio dire?"
"Non credo proprio."
"Proverò a spiegartelo. Qui, se uno nasce fra la gente comune, sa che non potrà mai arrivare alla classe privilegiata e, meno che mai, a quella dirigente perché i poteri magici non sono qualcosa che si può conquistare studiando e dandosi da fare. Da noi in ogni famiglia, di ogni ceto sociale, può nascere l'individuo con le doti necessarie a diventare un capitano d'industria o un capo di stato o un finanziere o... insomma, ci sono mille strade aperte davanti a noi. È questo che ha permesso alla nostra civiltà di progredire, di arrivare al punto che milioni di persone abbiano quello che qui da voi è solo un privilegio di nascita. "
"Strano mondo -mormorò affascinato il giovane mago- Sarebbe interessante conoscerlo. Un mondo di gente che lotta per avere di più."
"Certo -approvò Gigì- questa è la nostra debolezza e la nostra forza, ed io voglio provare a me stessa di poter arrivare dove desidero."
"Qui con me puoi avere tutto quello che vuoi, tu sei la ragazza del Grande signore!" Obiettò pronto Zodi.
"Accidenti, ma allora non vuoi capire -sbraitò Gigì perdendo la pazienza- Io ti amo, ma voglio essere io a raggiungere i mie obiettivi, ad arrabattarmi ed anche ad essere sconfitta. Non mi interessa avere tutto Vuf ai miei piedi perché tu sei il Grande Signore."
Zodi scrollò le spalle sconfitto.
"Hai vinto tu, ti riporterò al Lago Proibito e ti lascerò ritornare sulla Terra, farò di più: cambierò il tempo e tu ti ritroverai al punto di partenza solo poche ore dopo che l'hai lasciato per affrontare questa impresa."
Felice all'idea che la sua famiglia avrebbe evitato di angosciarsi per lei, ma disperata al pensiero di doverlo lasciare, anche se di sua volontà, Gigì corse in braccio a Zodi. Questi ricambiò l'abbraccio, ma la mise in guardia.
"Attenta però, amore mio, non ho detto che rinuncio a te. Se potessi ti seguirei sul tuo mondo, ti guarderei crescere e mi gusterei lo spettacolo di te che affronti a testa bassa tutti gli ostacoli che incontri! Ma devo pensare alla ricostruzione ed al riordino di Vuf e non posso andarmene ora, però ti raggiungerò presto: te lo giuro."
"Presto quanto?" Chiese la ragazza, felice che il loro non fosse un addio ma un arrivederci.
"Non lo so, del resto quelli che qui sono mesi da te sono anni, non lo dimenticare. Verrò appena potrò e se, nel frattempo, tu ti sarai disamorata di me vedrai un uomo di Vuf lottare con le unghie e con i denti per riconquistare quello che neppure l'Antico Potere mi può far avere con la magia!"
Parlando Zodi fece schioccare le dita ed entrambe si ritrovarono sulle sponde del Lago Proibito.
Come poche settimane prima era l'alba ed i due soli gemelli, nascendo, pennellavano di rosa le acque del lago.
In piedi l'uno di fronte all'altro i due giovani si fissavano negli occhi, riluttanti a separarsi. Zodi si sfilò lentamente del collo una catena con appeso un ciondolo di una misteriosa sostanza azzurra, la stessa di cui era fatta la bacchetta del Grande Signore.
"Questo doveva essere il mio dono di fidanzamento -disse mettendolo al collo della ragazza- Te lo dono ora perché tu lo porti con te, spero che ti aiuti a non scordarmi."
"Non ti scorderò." Promise la ragazza, poi lo baciò velocemente e si gettò di corsa nelle acque del lago per non lasciargli vedere le lacrime che minacciavano di inondarle il viso.
La fantasmagoria di suoni e colori l'avvolse nuovamente e, di nuovo, le parve di sprofondare all'infinito.
Si ridestò seduta per terra, accanto al grande portone che sbarrava l'accesso alle grotte.
Il cielo era luminoso ed il caro, vecchio, singolo sole stava per fare capolino oltre la collina che aveva imprigionato il gigante.
Gigì scrutò attentamente le rocce: non vi era traccia di profili umani, Gigi era libero.
"Non credi che sarebbe ora di ritornare in albergo, a letto?"
Gigì sussultò violentemente, girandosi su se stessa, e sgranò gli occhi in faccia a sua madre.
"Mamma?! Ma cosa ci fai qui?"
"Ti sono venuta a prendere, mi pare ovvio."
"Come facevi a sapere che ero qui, sono sicura che nessuno mi ha visto uscire dall'hotel."
Sua madre rispose con un sorrisino misterioso.
"Oh, ma io so sempre un mucchio di cose più degli altri, dovresti saperlo. Vieni Gigì, ho l'automobile poco più giù."
Concluse la donna passandole un braccio attorno alle spalle.
Gigì s'avviò con lei perplessa: alle volte sua madre le sembrava che fosse un po'maga.
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