SpaceCraft Dionisio

NOIA

del Sovrintendente
(Paola Martinelli)


 

Noia. Insinuante, strisciante, avvolgente, soffocante.
Vanda, o meglio Favinit, come la chiamavano ora, la sentiva cadere lenta ed inarrestabile su di lei, come melassa che colasse in lente stille.
Ritta davanti alla fastosa specchiera txui'i, guardò quasi con odio la sua immagine riflessa: setosi capelli neri, immensi occhi verdi, figura slanciata; il tutto curato, vestito, profumato ed ingioiellato dai più famosi stilisti di tutta la Federazione
Noia, noia, noia, noia! E silenzio.
Maledetta quella villa, imbottita di tappeti preziosi, quadri d'autori d'ogni pianeta conosciuto e di mille, costosissime, cianfrusaglie provenienti da ogni angolo della Galassia; strapiena di congegni super tecnologici e sofisticati, servitori perfetti, ma invisibili come fantasmi. Si poteva vagare per camere e corridoi senza incontrare un'anima, senza che il più piccolo rumore spezzasse l'ovattata quiete che la faceva impazzire.
Dio, come odiava quel silenzio!
Afferrò una statuetta e fece per lanciarla contro lo specchio. Si fermò in tempo: era un manufatto dell'epoca di Surak! Costernata si guardò la mano che stringeva il delicato oggetto, che la noia la stesse facendo impazzire? Assurdo! Aveva solo vent'anni e tutto quello che, per vent'anni, aveva sognato di avere. Doveva reagire, fare qualcosa per vincere quella noia opprimente.
Per un attimo prese in considerazione l'idea di contattare qualcuna delle sue nuove amiche, ma la scartò subito. Ora le sue cosiddette amiche erano per lo più le mogli degli amici di suo marito e quindi, anche nel raro caso in cui erano terrestri, avevano tutte almeno trent'anni più di lei e figli più o meno della sua età che la snobbavano, ritenendola solo un'arrampicatrice sociale.
Vanda sospirò, avevano ragione loro. Poco più di un anno prima aveva arraffato al volo l'occasione di sposare T'gai, stimato e ricchissimo ambasciatore vulcaniano, che aveva conosciuto quando era stato invitato a tenere una conferenza presso l'Accademia della Flotta Stellare, dove lei era cadetto al primo anno. T'gai era vedovo da poco più d'un anno e pericolosamente vicino al momento del Pon Farr... non era stato difficile accalappiarlo, nonostante tutta l'intelligenza e la fredda logica tipica dei vulcaniani.
Peccato che lei non avesse la fredda logica vulcaniana ed il loro controllato, per non dire gelido, temperamento: non avevano molto da dirsi, quando T'gai era libero di trascorrere del tempo con lei.
L'Accademia! Ecco come vincere la noia: avrebbe fatto un giro per i quartieri dislocati nel parco dell'Accademia, forse avrebbe anche incontrato qualcuno dei suoi vecchi amici, magari proprio William, il suo ex.
Sarebbero potuti andare nel solito punto di ritrovo a bere un aperitivo e chiacchierare come nei tempi passati. Afferrò la giacca di rarissime volpi di Rura Pente, prese le chiavi dell'aeromobile dal secrétaire e corse al turboascensore che collegava i tre piani della villa.
L'aeromobile sfrecciò fuori dall'hangar ed imboccò il viale d'uscita a rotta di collo quasi impennandosi davanti all'antichissimo e pregiato cancello che, anche se modernamente automatizzato, inevitabilmente si apriva con esasperante lentezza, per poi riprendere la corsa per la rotta panoramica che scendeva verso la città.
Inchiodò davanti all'entrata dell'Accademia ed elargì un seducente sorriso al guardiamarina di turno al posto di guardia.
«Salve, guardiamarina. Sono la moglie dell'ambasciatore T'gai, vorrei fare quattro passi nel parco dell'Accademia: il rettore mi ha detto di venire quando voglio.»
Il Rettore era uno dei più vecchi amici di suo marito e, anche se in verità non l'aveva mai invitata a passeggiare per il parco, Vanda era sicura che non l'avrebbe contraddetta.
Infatti, fatti i debiti controlli, il guardiamarina le diede via libera, tributandole un rispettosissimo saluto militare, accompagnato da uno sguardo indefinibile.
Posteggiò di sghimbescio, quasi sull'aiuola di fronte al portone dell'edificio dove si trovavano le aule di xenobiologia, incurante dell'occhiataccia e dei commenti acidi del vecchio Boothby, il giardiniere dell'Accademia, quasi un'istituzione nell'istituzione.
«Computer: dimmi l'ora.» «Sono le dodici e trenta antimeridiane, ora locale.»
Rispose l'impersonale voce femminile del computer di bordo.
Sì, l'orario era quello giusto, gli studenti stavano per uscire. Non si era sbagliata, il portone iniziò ad eruttare una moltitudine in divisa formata da razze di tutti pianeti della Federazione, trasudanti gioia di vivere ed entusiasmo.
Vanda sospirò, non le pareva possibile che fosse passato poco più d'un anno da quando anche lei faceva parte di quella giovane folla gioiosa ed era piena d'aspettative per il futuro. Gli studenti le sciamavano intorno ridendo, alcuni l'ignoravano, molti la squadravano sogghignando. Vanda cominciava a sentirsi in imbarazzo quando, finalmente, scorse un gruppo di facce conosciute nella marea di cadetti. Era il solito gruppetto, quello di cui aveva fatto parte anche lei, chiassoso e divertente e fra loro, come sempre, spiccava William con la sua alta statura. Lo chiamò a gran voce.
«William! William!»
Si voltarono tutti e, riconoscendola, le loro risate si spensero, sostituite da impacciati sorrisi di circostanza.
«Oh... salve Vanda, cioè no, scusa: Favinit.» La salutò William con un sorriso cordiale, negato dallo sguardo imbarazzato dei suoi occhi azzurri.
«No, va bene Vanda... Sì, insomma, volevo dire che fra di noi... siamo amici, no?» s'impappinò lei, poi si volse agli altri con un sorriso esitante, nel penoso tentativo di sciogliere l'atmosfera di disagio che si era creata. «Bene, come va la vita, ragazzi?»
Le risposero con cortesia -troppa- si informarono di come sa la passava con garbo -troppo-, poi si dileguarono educatamente uno alla volta, William per primo, chi con una scusa chi con un'altra.
Favinit rimase sola davanti al portone, sentendosi emarginata e fuori posto con i suoi abiti sontuosi, la sua aeromobile lussuosa, i suoi gioielli, la sua noia di inutile bambola viziata.
Risalì sul veicolo.
Fece ritorno alla villa senza quasi vedere la strada, imboccò distrattamente l'antico cancello sfregando contro il battente non ancora del tutto aperto.
Non aveva importanza, nulla aveva importanza; domani avrebbe detto ad uno degli attaché di farlo riparare o, magari, l'avrebbe fatto smontare e suo marito ne avrebbe fatto procurare un altro, magari anche più raro e antico.
Chi se ne fregava!
Salì in camera sua e si gettò sul letto. Fissò il soffitto senza vederlo.
Non voleva pensare. Pensare faceva male.
Meglio chiudere gli occhi e le orecchie, aspettare che ritornasse la noia.
Noia. Avvolgente, segregante, narcotizzante. Amica.